Ancora Madame Bovary

16 11 2010

Si alzò di scatto, sedendosi sul suo letto. Il grande orologio bianco, appeso alla parete segnava le tre. Fuori rumori silenziosi di città addormentata colmavano lo spazio che la circondava irrompendo, ad intervalli irregolari, dalla finestra chiusa distrattamente. Lui dormiva su un fianco con il volto coperto a metà dal lenzuolo stropicciato su cui poche ore prima, si era consumata l’ennesima passione travolgente vuota di sentimenti. Immobile se ne stava irrigidita, senza un motivo valido o un turbamento esplicito cui dare importanza. Nel buio di quella notte fredda il suo sguardo triste accecato dall’oscurità, cercava le sue mani, le sue forme, la sua presenza, immaginando con fantasiosa ispirazione le parole che nella sua mente sussurravano, in un sospiro di leggera malinconia, la vergogna di quell’atto consumato con violenta assuefazione. Non conosceva il suo nome, e a malapena ricordava il suo volto. Gli occhi forse troppo distratti dalla sua bellezza, non avevano profondità di colore nel suo ricordo, ed un vago senso di impurità celava una paura meschina tra le pieghe di un animo sconfitto.

Si incontrarono per caso, in uno dei tanti momenti di vita precaria che il destino regala a chi non sa riconoscere il valore del proprio cuore. Come le succedeva spesso le parole si trasformarono in gesti, ed i sorrisi in sguardi di carnale desiderio. Minuti consumati tra risate di falsa intimità si esaurirono rapidamente nella corsa affannata alla ricerca di una passione fugace. Un bacio, una carezza a mani strette e pelle, carne, muscoli tesi aggrovigliati nella contingenza di una fuga dalla realtà monotona. Bramosia di emozioni false, curiosità verso l’ignoto mondo del consumato senso di appartenenza ad una stirpe eletta di ignavi troppo impegnati a vivere l’attimo per non sentire quell’amore soffocato che scalciando dal profondo dell’anima si abbandonava sempre di più al suo oblio. Vagava alla ricerca della vita per scoprirsi quasi sempre troppo vicina alla morte.

Lasciò il letto e si diresse allo specchio di fronte alla porta della sua stanza. Guardandosi intensamente non si riconobbe. L’immagine di quella donna consumata la spaventava a tal punto da rendere il suo volto terreno fertile per lacrime amare. Pianse in silenzio nel cupo torpore dei suoi rancori. Mille domande affollavano il suo spirito e certezze evanescenti le si accostavano nel buio sfiorando la sua pelle nuda, inumidita da un brivido di calore ormai sempre più tiepido. Silenzio e rabbia, poi un volto perso nel passato riempì un ricordo carico di tristezza.

Molti anni prima, quando la vita era solo un sorriso dipinto con maestria sulla tela di un radioso futuro, e l’immaturità colorava i contorni del presente, conobbe un giovane dall’aspetto affascinante e dai modi cortesi, per niente simile alla sua usuale compagnia. Senza indugio il sentimento si impadronì di quell’incontro casualmente architettato dal destino, e nel soffio leggero di una brezza di primavera sbocciò un amore che andava ben oltre i limiti della quotidiana eternità. Le ore si fecero giorni e le parole sussurrate da quelle dolci labbra risuonavano intensamente nel suo animo, quasi scuotendone le fondamenta e tracciando orme di inafferrabile felicità conquistata. Un viaggio insieme, posti del passato che si illuminavano di vita nuova, canzoni e musica, poesia e arte. Ogni loro momento era sazio di passione. La capacità di effondere la gioia attraverso uno sguardo le sembrava un dono troppo grande per il suo animo fragile. Fragile e triste nel profondo, l’emozione, forse troppo forte, rinvigorì delusioni del passato e sferzate di dolore, e così, senza che potesse percepire la tragedia, il suo amore svanì, lasciando spazio a paure che sembravano dimenticate come il terrore del monotono susseguirsi di giornate precarie. Ma l’amore di quell’uomo così diverso dai miseri surrogati di maschilità che il passato le aveva presentato, rimase intatto oltre le sue lacrime, oltre la sua rabbia, oltre il suo triste abbandono alla noia della depressione. Un viso colmo di sorrisi, sempre alla ricerca di uno specchio negli occhi di quella donna così affranta. Un raggio di sole che cerca di sporgersi ben oltre la traiettoria del suo tramonto per illuminare gli angoli negati dall’ombra della realtà. Il sogno svanì nel nulla, e lei lo seguì. Lo lasciò nel silenzio, con una lettera scritta velocemente, senza punteggiatura:

“Perdonami, ma non posso amarti

Capirai

Addio!”

Viaggiò per anni senza mai voltarsi indietro, inseguendo uomini inutili e stordendosi con passioni brevi come il battito d’ala di una farfalla. Anche quella sera, iniziata fra risate e vino rosso, era già terminata come tante altre: sola davanti a quello specchio, con le lacrime ed i singhiozzi mentre uno sconosciuto si rigirava nel suo letto disfatto. Il macigno del rimpianto diventava sempre più pesante, come la consapevolezza degli errori più grandi che non si lasciano perdonare. Ancora lucida di lacrime si avvicinò all’armadietto sopra il lavandino, ed una manciata di pillole le riempì il respiro soffocandola abbastanza velocemente da non permettere un solo gemito udibile. L’unica immagine che si impresse nei suoi occhi prima dell’inevitabile, fu proprio il volto di quel giovane amante, che per breve tempo riuscì a salvarla da se stessa. Spirò con un sorriso malinconico, vittima di quel sogno che non era riuscita a difendere.

Lentamente la vacuità di una vita fuori misura compì il suo corso verso il baratro della solitudine. Così cadde l’anima di quella donna che per paura della monotonia si gettò fra le braccia della vanità rinnegando l’unico vero senso dell’esistenza: l’amore!

Annunci







%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: