Mostri

19 01 2011

Affascinanti e meschini

sono i mostri della realtà.

Si nascondono nell’apparenza

di verità contorte

serbando rancore e odio

presagendo disgrazie.

Striscianti come serpi avviluppate all’anima

mordono, frustano e lacerano

ogni lembo di umana bontà.

Sono bellissimi al primo sguardo:

trasudano speranza e felicità

lasciando intravedere un sentimento nascosto

che richiama carità ed attenzione.

Mentono come rei condannati a morte

implorando e supplicando grazie

che non meritano

nell’eterno contrappasso

nella pena del loro dolore.

Si insinuano nel pensiero delle loro vittime

annebbiando i sospiri tra menzogna e falsità.

Maestri d’inganno ed ipocrisia

esperti nella dura arte del massacro.

Non meritano altro che il loro stesso inferno

costantemente riempito di vuoti.

Sprezzanti del pericoloso gioco d’amore

seducono inevitabilmente anime ingenue

figlie di un passato che non conoscono.

Sono orribili nel loro essere:

sembianze d’angeli con ali di gesso

vesti candide macchiate d’ignavia.

Un solo colpo del loro flagello

smembra ogni istante del presente

cancellando il futuro con rabbia.

D’un alito di rose condiscono le loro parole

bugiarde

appestando l’aria ad un passo dall’oblio.

Incatenati ai loro olocausti

aprono ferite insanabili

consumando chi per disgrazia

li reclama come pioggia

su un terreno arido.

Non meritano compassione né affetto

perché il loro inganno attira altri mostri

più sconvolgenti e terribili

senza lasciar loro la forza per affrontarli.

Si crogiolano nei loro errori viziati dalla stessa fame

che non possono saziare per mancanza di umanità.

Costantemente illusi dalla loro infelicità

accatastano trofei nel loro sporco animo

rendendosi fieri della loro immonda bramosia.

Lungi da me il pensiero di una speranza

perché ormai ho imparato ad odiare

come è consuetudine per ogni sacrificio

divorato.

Attirando ogni disgrazia si accorgeranno ormai tardi

di ciò che hanno confuso con la vita

ed allora saranno paghi del loro pesante fardello

stanchi di esistere.

L’eterno disegno di cui siamo tratti inconsci

risponderà a favore di chi conserva in sé la vita

a differenza di questi mostri

che bruceranno nel loro stesso rancore.

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Le dévouement perdu

19 12 2010


Portava un cappello stretto forse troppo, per consentire ai suoi pensieri di rimanere chiusi dentro il loro scrigno. Il cappotto di lana soffice calzava a pennello sulla sua figura lievemente sciupata. Non sembrava infreddolito anzi, nonostante il gelido vento che spirava lungo il boulevard, il suo volto era scoperto e sereno, quasi indifferente. Nessuno alzava lo sguardo verso di lui, tutti procedevano dritti verso una qualunque destinazione come se una sosta momentanea od un semplice incrocio di occhi potesse istantaneamente tramutare in pietra ogni cosa. Con passo rapido e deciso attraversò l’uscio del Club Bohémien dove il solito tavolo, con vista su Rue de Rivoli, lo attendeva impazientemente. Jacques si avvicinò con il sorriso tipico di un cameriere parigino pronto per un saluto cordiale e magari una battuta sul tempo come era d’uso con i clienti abituali. François non aveva il tempo di ricambiare il sorriso e congelando ogni umano senso di accoglienza reciproca ordinò un bicchiere di rosso, un Merlot, con la cadenza provenzale che lo contraddistingue dalla più tenera età. Jacques da parte sua conosceva la routine del suo silenzioso interlocutore e senza ulteriore indugio si diresse al banco dove una coppa ancora vuota attendeva la mescita parsimoniosa del padrone di casa. Dopo qualche minuto l’ordinazione fu soddisfatta e François, ostentando una scocciata generosità, ringraziò il cameriere concedendogli un breve momento di gloria esclamando: << Che freddo oggi! >>. Quasi stupito Jacques esitò nel rispondere ritrovando con un lieve sforzo la battuta tanto abusata durante il suo turno: << Eh, una volta tanto quei pinguini in frac si trovano a loro agio tra noi comuni mortali! >>. I pinguini erano i dirigenti della banca a fianco, che nella pausa tra un salasso ed un pignoramento, erano soliti pranzare al Club. François sorrise troncando subito la conversazione con un fulmineo “Merçi Jacques!”. Quel breve istante di relazione umana si era concluso ed ora era libero di lasciarsi andare a se stesso.

Dopo il primo sorso estrasse dalla tasca sinistra un taccuino in pelle nera, consumato per metà. La penna era già sistemata sul bordo del taschino destro della sua giacca, pronta per assolvere i suoi doveri. Di professione era un avvocato, molto intelligente, scaltro e furbo ma il venerdì dopo l’udienza delle undici si trasformava, quando il tepore del Club Bohémien accarezzava le sue mani. Seduto ad un tavolo da poeta francese amava passare il pomeriggio ad osservare la gente, scrivere e sognare. Non che fosse lo scopo della sua vita, piuttosto una passione maturata nel tempo della sua gioventù. Questo era il suo momento e nulla doveva interromperlo.

Un signore anziano particolarmente corpulento sedeva poco distante dal suo tavolo. François lo fissava, assorto in chissà quale assurdo vortice di pensieri. Iniziò a scrivere cancellando più volte. Inventava storie prendendo ispirazione da caratteri particolari dei suoi soggetti. Immaginava il loro passato, la loro vita, i sogni, le speranze traendo conclusione dalle più infime irregolarità delle rughe, dei vestiti, degli occhi. Amava osservare la gente e costruire con la sua penna mondi, personaggi, luoghi e tempi descrivendo emozioni che solo lui riusciva a carpire da quei volti così diversi e misteriosi. Così, senza conoscere l’origine della sua creatività, l’anziano divenne un simpatico nonno che attendeva l’uscita dei nipoti dalla scuola di fronte al Club. Una persona semplice e felice che nella sua vita aveva attraversato grandi sofferenze per raggiungere la serenità di quel momento. Certo ogni tanto il sorriso si tramutava in un malinconico sguardo perso nel vuoto, cercando lei, la moglie ormai scomparsa che ancora lo accompagnava nei suoi ricordi più dolci. Queste ed altre inimmaginabili fantasie coloravano la mente di François, talmente assorto nel suo scrivere da ignorare completamente il suo bicchiere di vino rosso. Scrisse a lungo finché il suo protagonista non si allontanò oltre l’angolo dell’ingresso.

Ancora un sorso rapido per poi lanciarsi verso un nuovo soggetto, e ancora un altro e un altro. Le ore scorrevano dall’orologio senza che nulla potesse interferire con il loro movimento. François non si curava del tempo. In quel lucido pomeriggio d’autunno fioccarono storie uniche come quella del bambino capriccioso che per un croissant poco gustoso iniziò a far innervosire l’intero locale; o ancora il poliziotto che sorseggiava un caffè dopo aver sventato un pericoloso complotto a pochi passi dal Club. Persino Jacques ebbe l’onore di essere reinventato in uno dei racconti di François trasformandosi in uno studente attempato che per motivi finanziari era costretto a lavorare per mantenere la madre malata. Giornata gloriosa, per la scrittura. La serenità si respirava a pieni polmoni tanto che il clima non sembrava più così pungente. Purtroppo però, come succede spesso nei momenti in cui ci sembra di percepire una felicità superiore ad ogni possibile imprevisto, il mondo ci stordisce con un colpo ben piazzato al cuore.

Entrò una donna accompagnata da un uomo fiero ed imponente. La sua pelle era chiara come il sole d’estate ed i capelli rossi come una rosa appena sbocciata. Un viso stupendo faceva da contorno a due occhi di smeraldo incastonati su quell’opera divina. Il suo cappotto lasciava intravedere le sue forme, perfette. Donne così belle non se ne vedono spesso, François lo sapeva bene. Conosceva quel viso o meglio, lo aveva conosciuto tempo prima. Si chiamava Irènée ed era l’ultima persona al mondo che sperava di incontrare al Club Bohémien.

Erano stati amanti in passato. La storia più travolgente nella vita di François, così unica nel suo trascorrere che il tempo si era tramutato in eternità. Si amarono a lungo ed intensamente; si lasciarono nell’oblio di un tradimento. Lei proseguì la sua vita viaggiando col suo amante, mentre François si abbandonò alla solitudine cercando vigore nel suo scrivere, tirando avanti con la sua vita silenziosa. Non si erano più visti per anni ed ora lei era lì, come la immaginava nei suoi ricordi. Un tremendo torpore colpì la mente di François cancellando ogni lucida percezione di pensiero. L’aria si fece torbida e la luce del radioso pomeriggio d’ispirazione si spense rapidamente.

François vide l’anello al dito di Irènée e precipitò in un profondo stato di tristezza. Si alzò di scatto abbandonando il taccuino, la penna ed il mezzo bicchiere di Merlot. Andò verso il banco posò una banconota silenziosamente e proseguì per l’uscio. Le passò a fianco così vicino da sentire il suo profumo un’ultima volta. Lei si spostò semplicemente senza riconoscerlo, senza dire niente. François Scomparve oltre la vetrata del Club.

Irènée si accomodò esattamente al posto in precedenza occupato dal suo passato, trovando il taccuino ancora aperto. Lo chiuse, lo consegnò a Jacques ed ordinò un bicchiere di rosso, un Merlot, con la cadenza provenzale che la contraddistingue dalla più tenera età.

Nessuno al Club Bohémien vide più François, ed il suo taccuino giace ancora abbandonato nel cassetto vicino ai liquori. Ogni storia persa e dimenticata, personaggi sconosciuti la cui gloria rimane sepolta tra una copertina in pelle nera ed una dedica in ultima pagina.

 

Dedicato ad Irènée, splendida musa

alla quale devo

la mia stessa esistenza:

torna presto, per colorare

il nostro passato

cancellando il dolore.

Con Amore.

François





La cornice dorata

10 11 2010

La grande vetrata del suo studio si chiuse rapidamente. Il buio aveva già circondato, con teatrale malinconia, i caldi lampioni che a stento riuscivano ad illuminare la strada ovattata da quella fredda nebbia autunnale. Il grande orologio del palazzo municipale segnava le sette ed il rintocco lontano del campanile suonava la fine della messa contadina. Il marciapiede, umido ancora di pioggia, rifletteva il debole chiarore delle finestre dipinte sui palazzi come macchie di stelle su un cielo scuro di nubi di cemento. Rimase un’attimo per accendersi una sigaretta. Un vecchio di passaggio sbuffò via fumo di condensa emulando, con un sorriso di falsa ammirazione, il banale gesto del suo interlocutore silenzioso. Ad occhi chiusi sospirò una nuvola istantanea e prese il passo verso ovest, dove la sua casa, vuota, lo attendeva come ogni sera. Dalle case affacciate su quel viale alberato gemiti di infanti e urla di bambini sovrastavano a tratti il monotono tintinnio di un tram diretto alla sua prossima curva. Si fermò ad un semaforo e percepì per un momento uno strano torpore nel petto. Forse il tabacco consumato negli anni, iniziava a lasciare segni di gioventù appassita sul suo volto e nel suo respiro. Tossì, e riprese la via. Giunto al grande portone in ferro battuto, che protegge l’uscio del suo appartamento, inserì la chiave con sicurezza e determinazione, come faceva da sempre, prima di iniziare ad assaporare il tiepido corridoio, preludio della sua dimora. L’ingresso si illuminò per il tempo necessario affinché la sua mano tremante riuscisse a trovare l’interruttore. Un tonfo netto ed un ronzio rapido: la luce invase con voracità, gli angoli della sala da pranzo. Strizzandosi gli occhi con una mano, appese il cappotto di lana poco raffinata ad un appendiabiti in legno tarlato, vecchio, come lo spirito del mobilio adiacente. In un gesto quasi distratto, riportando la mano alla tasca dove il portafogli segnava i limiti delle cuciture minuziosamente strette, fece cadere una cornice di metallo dorato. Al suo interno due persone sorridenti, strette in un abbraccio su uno sfondo di mare, lo guardarono con insistenza, e lui, per non tradire i loro occhi, mentre risistemava la cornice sulla sagoma di polvere rimasta vuota, esclamò << Prima o poi pulisco, lo giuro!>>. Poi riprese il suo rituale.

La cena non lo aveva soddisfatto, ma non si lamentò, non era mai stato un grande cuoco in fondo. Seduto sulla sua poltrona riprese il libro consumato che teneva, da anni, sempre sullo stesso tavolino. Fece per riprendere la lettura, ma quella sera, che in fondo era una sera come tante, la sua mente vagava tra i ricordi forse ridestati da quella fotografia ingiallita. Allora decise di interrompere la monotonia del suo mercoledì letterario. Si allontanò dal libro per riprendere tra le mani, quella foto. Sedutosi con rapidità posò lo sguardo su quelle due figure sorridenti. Solo il silenzioso ticchettio di una pendola spezzava la cadenza delle sue carezze sul freddo vetro circondato da ferro opaco. Nell’immagine di fronte ai suoi occhi erano immortalati due giovani, un uomo ed una donna, intenti a stringersi con amicizia. Lei aveva i capelli scuri che scivolavano dietro la schiena ed occhi marroni profondi come il mare alle sue spalle. Era bellissima. Lui, rivolto con il viso verso la donna, appariva spettinato dal vento, con spalle larghe e corporatura robusta; un giovanotto in forma, sorridente e allegro. Di colpo, ma come accade spesso quando la malinconia si impossessa del cuore, una lacrima scivolò rapida sulla sua guancia andando a bagnare il bordo della cornice. A quella lacrima si unì un’altra lacrima, ed a quest’ultima un’altra ancora, e così via per i successivi istanti tra un rintocco ed un ticchettio della grande pendola che segnava la mezzanotte. Il ricordo iniziò a farsi vivo, tanto che poteva percepire distintamente la brezza di quella giornata d’estate immortalata nell’eternità di quello scatto. Un brivido percorse le sue mani intente a cercare la presenza di quella pelle ormai distante nel tempo e nello spazio; un brivido forte, come non sentiva da tanti anni. Asciugandosi le lacrime, e ricomponendo una smorfia di commiserata delusione, si voltò verso il muro sporco d’umido che lo affiancava sulla sua sinistra. L’uomo nella foto era ovviamente lui. La tristezza si fece paura ed infine rancore. Quell’emozione rimasta sepolta nel carcere del ricordo, si era risvegliata ed iniziò a tormentare i suoi pensieri con parole di vergogna e sospiri di malinconia. Pensò a quegli anni colmi di gioia, ai sorrisi di quella fanciulla delicata e dolce, alle risate in riva al mare, alle frasi coltivate ma mai espresse. Pensò al suo amore nascosto, maledicendo il suo coraggio assente e la paura che gli impedì di spalancare il suo animo nel momento in cui iniziava ad appassire il tempo dell’indecisione e si apriva la strada della maturità. Non era riuscito ad essere veramente sincero e la colpa della sua solitudine si fece paga del suo errore. L’aveva vista fuggire dalle sue braccia quella donna meravigliosa. Rimpianti e rimorsi colmarono la sua vita da allora, ed abbandonò se stesso ad una morte lenta tra gli anni di un monotono susseguirsi di giornate spente cariche di solitudine.

L’occasione di una felicità ci circonda per un istante solo nella vita, ma il coraggio di vivere per essa non è mai abbastanza forte per renderla la nostra unica vera ragione. Distratti dal mondo e dalle sue angosce ci lasciamo guidare dai nostri errori, che si trasformano in rimpianti e con l’età in rimorsi.

Risistemò la cornice al suo posto tra la polvere. Spense la lampada del corridoio che terminava nella sua stanza e si appoggiò come una piuma su uno specchio d’acqua, sul suo letto. Il tormento della sua delusione lo assillò ancora qualche istante mentre, lentamente, i suo occhi si serravano per ripercorrere almeno nei suoi sogni, quella vita che non aveva saputo cogliere nel tempo del suo splendore. Cullato dal rancore si addormentò. In cuor suo conosceva bene il senso di quel suo sogno ricorrente:

Un uomo non è mai vecchio finché i suoi rimpianti non prendono il posto dei suoi sogni.

Ora nient’altro che la notte ed il suo lucido senso di disfatta, degna compagna di quell’anima triste e sola addormentata per sempre in un malinconico ricordo.





Metamorfosi

10 09 2010

Chi sei tu che oltre lo specchio ti sporgi con violenza

fino a sfiorare con un pugno i più segreti angoli del mio animo?

In tutto somigliante a quella mia immagine

raramente apprezzata ma sempre compatita

che ogni giorno si pone dinnanzi a me

con un rapido sguardo

così, ora ti appresti a svelare

il misterioso meccanismo oscuro che il mio lungo travaglio sensibile

ha tradotto in una necessità dolorosa e brutale.

Ti riconosco eppure non ti conosco

mi incute timore la mia stessa paura

perchè una volta varcata la soglia di questo ritratto

calcato con violenza su questo muro vitreo

non c’è più vita per me, soltanto oblio infinito

per questa misera persona che ora veste i tuoi panni.

Sensazioni e sentimenti sopiti per una vita intera

ora urlano con prepotenza dal mio essere

odio, rancore, rabbia.

Vorrei fermarmi ma non posso

la metamorfosi dell’Io è già in corso

ed i frammenti rimasti di ciò che ero

sono polvere che frantumo rapidamente

fino a perderne la percezione.

Credevo di essere completo

di essere giusto, di essere adatto a questo mondo

ma le mie convinzioni sono solo menzogne coltivate

in questo tempo innocente

che ora si addossa le colpe della mia stoltezza

e della mia ignoranza.

Percepisco l’inutilità dei miei sforzi

per mantenere integra quella personalità

che mi rendeva fiero del mio vivere

e felice del mio amare.

Non sento più nulla

solo un torpore fastidioso nel petto

che dilaga come una malattia nel mio corpo.

Tu che puoi, aiutami a strappare questo cuore

perchè le ferite che lo indeboliscono

non si rimarginano ed il suo battito vigoroso

si affievolisce ad ogni sferzata della tua possente anima.

Subito sento in me crescere l’odio per quel bugiardo

personaggio che la vita mi ha costretto a recitare fino ad oggi.

Cambiami ora, adesso perchè ho sbagliato

ho mentito a me stesso e al mondo

credendomi superiore a te

vivendo di sogni e desideri che non trovano spazio

nella cruda realtà del nostro triste universo.








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