I’ve got you under my skin

12 11 2010

Novembre era ormai alle porte, e per la strada si avvertiva già quel dolce senso di malinconia che la nebbia accompagna alla sera, tra un camino che sputa fumo nero, ed un lampione timido che prende vita. Attraverso il Corso in direzione della chiesa di San Francesco soffiava un leggero vento di scirocco, curiosamente freddo tanto che i vecchi, seduti al “bar della fortuna”, sbuffavano calore dalle loro labbra rinsecchite imprecando, intirizziti da quel gelido sospiro, contro l’inverno prepotente. Così, come accadeva ogni giorno da quasi trent’anni, Padre Raffaele spalancò le porte della navata centrale, per invitare i bambini a partecipare alla Messa vespertina; sia ben chiaro, un giovane difficilmente entrava in chiesa travolto da un impeto di preghiera, il più delle volte, e in particolare quella sera, il gelo li spingeva ad entrare per gustare il tiepido tepore del sagrato riscaldato dalle candele consumate durante il giorno. Dopo qualche rimprovero tutti si accomodavano fra i banchi, stanchi delle ore di gioco passate in Piazza Garibaldi, dove le urla di madri severe, ancora riecheggiavano riempiendo lo spazio intorno alla fontana centrale. Alle sei in punto il suono del vecchio campanile richiamo l’intera cittadina ad un breve silenzio: quella era l’ora di Dio, o chi per lui.

Un uomo alto, ben vestito con un cappotto finemente lavorato ed un cilindro di colore grigio scuro, imboccò il vicolo di San Girolamo portando, come accessorio sul suo volto, un sorriso spensierato ed uno sguardo colmo di felicità. Il suo passo era svelto ma non impaziente e data la postura del suo petto, lasciava percepire sicurezza e prestanza a chi lo osservava attraversare la luce del proprio uscio. Giunto di fronte al numero cinque di quel minuscolo vicoletto, si fermò, e senza esitare troppo pigiò due volte il campanello di casa Campisi attendendo una risposta che giunse quasi istantanea. Dal balcone che lo sovrastava uscì una fanciulla in abito da sera: aveva gli occhi di smeraldo quasi incastonati su un viso dalla pelle bianca come la neve; portava un vestito rosso carico di passione reso ancora più splendente dal candore della sua carnagione. La sua bellezza era simile alla luna quando tramonta sul mare e si colora di rubino. Pochi istanti dopo, il cancello sotto al balcone si aprì e la calma dell’uomo che già si era trasformata in trepidante attesa, svanì in un abbraccio e si dissolse in un bacio.

Giunsero con pochi minuti di ritardo al romantico ristorante in fondo al Corso, la cui balconata si discostava lievemente dall’orizzonte stellato lasciando intravedere i monti in lontananza. La cena, oltremodo deliziosa, si condì di risate, frasi dolci e sguardi intensi, così poderosi da disarmare ogni senso di tristezza presente intorno al loro tavolo. La ragazza sorrideva come una ninfa nel giardino degli dei ed il giovane che le stringeva la mano sembrava Apollo nell’istante che segue l’aurora. In quel momento d’amore così puro il silenzio della banda attirò lo sguardo della clientela, ed il pianista si alzò indicando i due giovani ed annunciando il brano che stavano per eseguire: << Signore e Signori, mi è giunta una richiesta dal tavolo ventitré. Il brano che stiamo per eseguire si intitola “I’ve Got You Under My Skin” del grande maestro Frank Sinatra. Invito dunque la felice coppia ad accompagnare la nostra esibizione con un ballo al centro della pista. Grazie! >>. Lanciando un’occhiata sorridente al suo cavaliere già in piedi e prontamente con la mano tesa verso di lei, la ragazza si alzò e si lasciò guidare verso la musica.

Danzarono stretti, con le mani tremanti. Si lasciarono travolgere dall’emozione di quel momento di romanticismo quasi ostentato. L’uomo fiero e sicuro sembrava urlare dal suo sorriso “La donna più bella del mondo è qui stasera, per ballare con me”, e la sua ospite dal volto timidamente arrossito, aveva l’aria di una principessa nel giorno del gran Gala di corte. Musica e dolci parole, parole d’amore, parole calde, parole travolgenti. Dopo l’ultimo ritornello la banda alleggerì i suoi toni ed il giovane principe si inginocchiò al cospetto della sua dama. Con un gesto intensamente armonioso estrasse un piccolo cofanetto dalla sua tasca sinistra, ed aprendolo rivolto alla sua donna disse: << Vuoi sposarmi? >>.

Silenzio.

L’intera cittadina si fermò per un istante. Il bagliore di un attimo, lo splendore del firmamento, poi la pace. Un sospiro lungo una vita. L’eternità si spalancava agli occhi del mondo lasciando intravedere il paradiso.

Sguardi immobili, sorrisi a mezz’aria, note troncate, grilli silenziosi: attendete ora il lampo che precede l’alba di un nuovo infinito. Persino il freddo vento si placò. Nessun rumore o fruscio di foglie ebbe il coraggio di intromettersi tra quelle parole sospirate a voce tremante.

Ancora silenzio.

Poi, come il mare esplose nell’infrangersi della prima onda, una sillaba quasi urlata, pacatamente misurata si fece strada: << Si! >>.

Improvvisamente la vita deflagrò l’oscurità di quella sera: applausi, sinfonie di note di felicità, addirittura un respiro di brezza calda si presentò al cospetto dei presenti per rinvigorire nel loro animo il fuoco dell’amore. I due giovani si baciarono delicatamente, con cadenza sempre più stretta e gli applausi si confusero con le congratulazioni degli spettatori. Uno spettacolo magnifico si era consumato sotto il loro sguardo e quell’emozione fece sgorgare qualche tenera lacrima dagli occhi delle signore sedute ai tavoli. Il mistero di una promessa ed il desiderio di non tradirla, questa è l’unica vera manifestazione di quell’amore coltivato, costruito, difeso, cresciuto nel tempo che ha preceduto quell’istante meraviglioso.

I due giovani uscirono mano nella mano, e scomparvero dietro il primo angolo di strada, con la certezza nel cuore di trovare il loro futuro insieme, oltre quel vicolo, al di là della notte, oltre l’infinito.

 








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