Riflettere…

17 06 2011

La vita è una corsa incondizionata di istanti, tra i quali a volte, l’intreccio della nostra storia prende una piega tragicamente diversa dai nostri miseri piani. Ieri notte, verso le 2.00 mi trovavo di fronte ad un locale dove, tra le risate di una semplice serata Karaoke fra amici e due chiacchiere al fresco del chiarore di luna, si è sviluppata una tragedia che continuerà a riecheggiare nella mia memoria per molto, moltissimo tempo. Due giovani, forse di ritorno da un’altra serata altrettanto divertente come la mia, percorrevano in moto Via Gallia sfruttando la spinta della discesa che porta per un breve tratto verso le Terme di Caracalla. Conosco la sensazione: l’aria fresca di una notte di Giugno che filtra senza prepotenza dal casco, le chiacchiere urlate per via del motore rumoroso, le braccia salde sul manubrio ed una lieve ebrezza di vita mista a sonnolenza. Ti godi il momento, cercando di raccogliere i frammenti di ciò che ti è rimasto impresso nella memoria durante le ultime ore di divertimento. Non fai caso al mondo intorno, perché sei distratto dai tuoi pensieri, dalle tue parole, e cerchi di rimanere attento e sicuro mentre porti a termine un compito che sa di routine: tornare a casa. La strada scorre serena e silenziosa, magari ti volti un attimo per guardare la gente che passeggia sul marciapiede, ma non perdi di vista la striscia bianca a tratti che ti accompagna come se fosse una rotaia. Lei portava la moto semplicemente, come di sicuro aveva fatto sempre senza paura o timori, in fondo aveva 37 anni ed una buona dose di maturità naturale. Lui invece da dietro si stringeva a lei forse per affetto o per amore, in fondo, non so nulla di loro o della loro vita, ma erano lì e c’ero anch’io. Un uomo che guida un taxi conosce la strada ed i suoi pericoli, soprattutto se si trova spesso a lavorare in orari poco sicuri, per via dei semafori spenti e dell’oscurità della notte. Concentrazione e sicurezza dal volante, al motore fino al freno. Una frazione di secondo sufficentemente ampia da farci strare dentro tutto, anche il nulla. Un urlo di paura…una brusca sterzata…un colpo netto e stridore di pneumatici…fischio di freni…un’esplosione…ed il silenzio…D’un tratto a terra si trovano la ragazza ed il suo passeggero scagliati con violenza contro la morte. Lo sportello lascia uscire il tassista indenne mentre il suo cliente, shockato e ferito, si volta più volte come se volesse fuggire dal senso stesso di quella tragica realtà. Dal locale illuminato si precipita una folla che oscilla tra curiosità e generosità: c’è chi ferma le macchine in arrivo, chi chiama la polizia, chi l’ambulanza, chi corre a vedere e chi rimane immobile sapendo di non poter fare altro che guardare e sperare, forse pregare. L’uomo a terra ha la gamba sinistra orientata in maniera del tutto innaturale, si capisce facilmente che non tornerà a camminare presto, ma almeno è sveglio, e parla. Nessuno tocca niente se non con le parole, sappiamo tutti che, se non si è dottori o simili, in certi casi bisogna evitare di muovere i malcapitati. Caos ed impazienza però si fanno sentire in maniera maledettamente forte e tutti mostriamo un pò di rabbia per quel tempo che scorre senza poter fare nulla. La donna giace sull’asfalto con il volto nascosto dal taxi. Non si muove, non respira e soprattutto dalla sua posizione si evince che l’impatto le ha portato via molto di più di quanto sia scivolato dal corpo del suo compagno.  Il rottame della moto non lascia intravedere nulla della sua vera natura, è solo un ammasso informe di metallo e plastica accartocciato. Non si può fare altro che aspettare. Tutto è compiuto, ormai.

Mentre riprendo la macchina per dirigermi altrove piomba un silenzio inquietante tra me e la mia passeggera, ognuno col suo fantasma da decifrare. Penso e guido lentamente.

Penso che sarebbe bastato pochissimo per evitare l’accaduto, un semaforo più lento, un ritardo nel salutarsi, una frenata anticipata, un’attenzione più allenata, una strada diversa o una vita meno aleatoria. Tanti fattori sconosciuti e crudeli si sono accordati sul luogo ed il tempo del loro manifestarsi, lasciando all’oscuro ogni altro partecipante al tragico gioco della morte.

Penso ai parenti, agli amici, ai genitori dei due malcapitati, al fulmine che li ha scossi in una notte serena di estate, al dolore, alle lacrime, alla rabbia. Anch’io provo rabbia. Perché? E’ una domanda stupida certo, ma è l’unica che sappia riassumere ogni sensazione di dubbio del mio animo. Un’anima spezzata scuote il senso della vita di chi si trova ad assistere inerme ad avvenimenti così dolorosi e tragici, producendo creste d’onda che invadono ogni silenzioso sguardo di terrore. Tutti coloro che hanno visto hanno perso qualcosa ieri sera, chi una risata, chi un’occasione, chi l’incoscenza, e chi, come me, la parola. Proprio perché non si può esprimere a parole un sentimento così sconosciuto. E’ inutile parlare o commentare. A noi rimane la vita, con i suoi misteri ed i suoi colpi duri e forti. Al tassista rimane il senso di colpa che indipendentemente dalla dinamica accidentale dell’evento, sicuramente lo assillerà a lungo, non perché sia lui il colpevole di questa morte, ma per il fatto di non essere una vittima. Al suo cliente rimane  lo shock e la paura. Al ragazzo le lacrime ed il dolore fisico e non solo. Ma a lei, non resta niente, se non qualche briciola di asfalto sulla pelle fredda ed un gelido sonno eterno.

Riposa in pace, anima sconosciuta, maestra di una lezione che non avrei mai voluto apprendere.

http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/lazio/2011/06/17/visualizza_new.html_816547853.html

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Profughi

22 02 2011

Stipati, ammucchiati come foglie d’autunno

in strade solitarie

stretti nel gelo di un mare infuriato.

Uniformi di povertà

su corpi deboli

infreddoliti, affamati

persi.

Onde d’ira percuotono il natante

e nel cuore la speranza

lascia spazio

alla paura.

Dove finiscono i giorni sereni

di una famiglia lontana?

Dove inizia la fuga

verso ciò che brilla

come oro diamante

nel buio di una notte senza stelle?

Solo un colpo di sguardo

verso ciò che si abbandona

e ancora speranza, impazienza

verso ciò che ci attende.

Un lembo di terra lontano

colora il ricordo:

sull’altra riva luci di accoglienza.

Questo coraggio sprezzante del dolore

navigando senza forza

gonfia le sue vele

alla volta di un futuro diverso.

Siamo noi

derelitti morti in terra natia

e ci spingiamo assuefatti al sogno

oltre i confini di un mondo

che non ci vuole.

Questa traversata

così disperata e folle

sembra non finire mai

mentre l’orizzonte si copre

tra foschie

di mare bugiardo.

Circondati da scure acque

ci lanciamo assetati

sbracciando nell’oblio

del nostro desiderio.

Che sia questa la riva giusta…

 





Mostri

19 01 2011

Affascinanti e meschini

sono i mostri della realtà.

Si nascondono nell’apparenza

di verità contorte

serbando rancore e odio

presagendo disgrazie.

Striscianti come serpi avviluppate all’anima

mordono, frustano e lacerano

ogni lembo di umana bontà.

Sono bellissimi al primo sguardo:

trasudano speranza e felicità

lasciando intravedere un sentimento nascosto

che richiama carità ed attenzione.

Mentono come rei condannati a morte

implorando e supplicando grazie

che non meritano

nell’eterno contrappasso

nella pena del loro dolore.

Si insinuano nel pensiero delle loro vittime

annebbiando i sospiri tra menzogna e falsità.

Maestri d’inganno ed ipocrisia

esperti nella dura arte del massacro.

Non meritano altro che il loro stesso inferno

costantemente riempito di vuoti.

Sprezzanti del pericoloso gioco d’amore

seducono inevitabilmente anime ingenue

figlie di un passato che non conoscono.

Sono orribili nel loro essere:

sembianze d’angeli con ali di gesso

vesti candide macchiate d’ignavia.

Un solo colpo del loro flagello

smembra ogni istante del presente

cancellando il futuro con rabbia.

D’un alito di rose condiscono le loro parole

bugiarde

appestando l’aria ad un passo dall’oblio.

Incatenati ai loro olocausti

aprono ferite insanabili

consumando chi per disgrazia

li reclama come pioggia

su un terreno arido.

Non meritano compassione né affetto

perché il loro inganno attira altri mostri

più sconvolgenti e terribili

senza lasciar loro la forza per affrontarli.

Si crogiolano nei loro errori viziati dalla stessa fame

che non possono saziare per mancanza di umanità.

Costantemente illusi dalla loro infelicità

accatastano trofei nel loro sporco animo

rendendosi fieri della loro immonda bramosia.

Lungi da me il pensiero di una speranza

perché ormai ho imparato ad odiare

come è consuetudine per ogni sacrificio

divorato.

Attirando ogni disgrazia si accorgeranno ormai tardi

di ciò che hanno confuso con la vita

ed allora saranno paghi del loro pesante fardello

stanchi di esistere.

L’eterno disegno di cui siamo tratti inconsci

risponderà a favore di chi conserva in sé la vita

a differenza di questi mostri

che bruceranno nel loro stesso rancore.





Ancora Madame Bovary

16 11 2010

Si alzò di scatto, sedendosi sul suo letto. Il grande orologio bianco, appeso alla parete segnava le tre. Fuori rumori silenziosi di città addormentata colmavano lo spazio che la circondava irrompendo, ad intervalli irregolari, dalla finestra chiusa distrattamente. Lui dormiva su un fianco con il volto coperto a metà dal lenzuolo stropicciato su cui poche ore prima, si era consumata l’ennesima passione travolgente vuota di sentimenti. Immobile se ne stava irrigidita, senza un motivo valido o un turbamento esplicito cui dare importanza. Nel buio di quella notte fredda il suo sguardo triste accecato dall’oscurità, cercava le sue mani, le sue forme, la sua presenza, immaginando con fantasiosa ispirazione le parole che nella sua mente sussurravano, in un sospiro di leggera malinconia, la vergogna di quell’atto consumato con violenta assuefazione. Non conosceva il suo nome, e a malapena ricordava il suo volto. Gli occhi forse troppo distratti dalla sua bellezza, non avevano profondità di colore nel suo ricordo, ed un vago senso di impurità celava una paura meschina tra le pieghe di un animo sconfitto.

Si incontrarono per caso, in uno dei tanti momenti di vita precaria che il destino regala a chi non sa riconoscere il valore del proprio cuore. Come le succedeva spesso le parole si trasformarono in gesti, ed i sorrisi in sguardi di carnale desiderio. Minuti consumati tra risate di falsa intimità si esaurirono rapidamente nella corsa affannata alla ricerca di una passione fugace. Un bacio, una carezza a mani strette e pelle, carne, muscoli tesi aggrovigliati nella contingenza di una fuga dalla realtà monotona. Bramosia di emozioni false, curiosità verso l’ignoto mondo del consumato senso di appartenenza ad una stirpe eletta di ignavi troppo impegnati a vivere l’attimo per non sentire quell’amore soffocato che scalciando dal profondo dell’anima si abbandonava sempre di più al suo oblio. Vagava alla ricerca della vita per scoprirsi quasi sempre troppo vicina alla morte.

Lasciò il letto e si diresse allo specchio di fronte alla porta della sua stanza. Guardandosi intensamente non si riconobbe. L’immagine di quella donna consumata la spaventava a tal punto da rendere il suo volto terreno fertile per lacrime amare. Pianse in silenzio nel cupo torpore dei suoi rancori. Mille domande affollavano il suo spirito e certezze evanescenti le si accostavano nel buio sfiorando la sua pelle nuda, inumidita da un brivido di calore ormai sempre più tiepido. Silenzio e rabbia, poi un volto perso nel passato riempì un ricordo carico di tristezza.

Molti anni prima, quando la vita era solo un sorriso dipinto con maestria sulla tela di un radioso futuro, e l’immaturità colorava i contorni del presente, conobbe un giovane dall’aspetto affascinante e dai modi cortesi, per niente simile alla sua usuale compagnia. Senza indugio il sentimento si impadronì di quell’incontro casualmente architettato dal destino, e nel soffio leggero di una brezza di primavera sbocciò un amore che andava ben oltre i limiti della quotidiana eternità. Le ore si fecero giorni e le parole sussurrate da quelle dolci labbra risuonavano intensamente nel suo animo, quasi scuotendone le fondamenta e tracciando orme di inafferrabile felicità conquistata. Un viaggio insieme, posti del passato che si illuminavano di vita nuova, canzoni e musica, poesia e arte. Ogni loro momento era sazio di passione. La capacità di effondere la gioia attraverso uno sguardo le sembrava un dono troppo grande per il suo animo fragile. Fragile e triste nel profondo, l’emozione, forse troppo forte, rinvigorì delusioni del passato e sferzate di dolore, e così, senza che potesse percepire la tragedia, il suo amore svanì, lasciando spazio a paure che sembravano dimenticate come il terrore del monotono susseguirsi di giornate precarie. Ma l’amore di quell’uomo così diverso dai miseri surrogati di maschilità che il passato le aveva presentato, rimase intatto oltre le sue lacrime, oltre la sua rabbia, oltre il suo triste abbandono alla noia della depressione. Un viso colmo di sorrisi, sempre alla ricerca di uno specchio negli occhi di quella donna così affranta. Un raggio di sole che cerca di sporgersi ben oltre la traiettoria del suo tramonto per illuminare gli angoli negati dall’ombra della realtà. Il sogno svanì nel nulla, e lei lo seguì. Lo lasciò nel silenzio, con una lettera scritta velocemente, senza punteggiatura:

“Perdonami, ma non posso amarti

Capirai

Addio!”

Viaggiò per anni senza mai voltarsi indietro, inseguendo uomini inutili e stordendosi con passioni brevi come il battito d’ala di una farfalla. Anche quella sera, iniziata fra risate e vino rosso, era già terminata come tante altre: sola davanti a quello specchio, con le lacrime ed i singhiozzi mentre uno sconosciuto si rigirava nel suo letto disfatto. Il macigno del rimpianto diventava sempre più pesante, come la consapevolezza degli errori più grandi che non si lasciano perdonare. Ancora lucida di lacrime si avvicinò all’armadietto sopra il lavandino, ed una manciata di pillole le riempì il respiro soffocandola abbastanza velocemente da non permettere un solo gemito udibile. L’unica immagine che si impresse nei suoi occhi prima dell’inevitabile, fu proprio il volto di quel giovane amante, che per breve tempo riuscì a salvarla da se stessa. Spirò con un sorriso malinconico, vittima di quel sogno che non era riuscita a difendere.

Lentamente la vacuità di una vita fuori misura compì il suo corso verso il baratro della solitudine. Così cadde l’anima di quella donna che per paura della monotonia si gettò fra le braccia della vanità rinnegando l’unico vero senso dell’esistenza: l’amore!





Ombra di fatalità

15 11 2010

Soave, dolce emozione

ripiega le tue ali

ed abbandona il mio cielo

perché d’un fremito distante

io non senta il rumore

ed il mio cuore impietrisca

al solo pensiero.

Nel volgere di un giorno

solitario come molti

ritorno nell’oblio

di tempi forsennati

mentre pian piano

il sogno si dirada.

Ora dunque chiudo gli occhi

e sospiro

il domani non m’appartiene.

Sono solo un’ingenua ombra di fatalità

riflessa nel presente

ormai dimenticato.





Cade la pioggia

19 09 2010

“Dimmi a che serve sperare

se piove e non senti dolore.”

Mia cara pioggia, tu menti!

Copri il cielo con le tue nubi

ti lasci cadere e colpisci la terra

inerme

che per colpa del destino

è costretta a sottostare alle tue

angherie.

Ci nascondiamo dai tuoi lampi

ci preserviamo dai tuoi fulmini

ravvivando in noi la speranza

che il sereno irrompa

attraverso questo tetro ed oscuro temporale

chiamato vita.

Ma non succede

perchè tu o pioggia

sei la madre delle menzogne

ci riempi di fiducia

nella tua volontà di portare la vita

ma in realtà da ogni tua lacrima

sgorga solo dolore.

“Tu dimmi poi che senso ha ora piangere

piangere addosso a me

che non so difendere questa mia brutta pelle

così sporca.”





Gelosia

14 09 2010

Chi è quell’uomo

che insinuandosi con pazienza nella tua solitudine

ha deciso di condividere con te il suo tempo mortale?

Da quale oscuro meandro della tua vita trae la forza

per soppiantare con radicale maestria

ogni segno del nostro passato?

Qual’è il suo volto, e se mai l’ho incontrato

come lo guardavo?

Non ci sono occhi che mentano

abbastanza da poter celare l’odio

e la rabbia che si innescano

nel momento in cui il tuo sguardo

si posa, anche se io non lo vedo

sulla sua figura.

Una subdola ombra evanescente

che copre la luce del mio amore

e ti acceca con la sua luminosa prorompenza.

Sarà lui a darti il suo cuore

quando davanti ad una promessa

le tue lacrime confermeranno

la sua decisione.

Sarà lui a stringerti le mani

quando la vita ti mostrerà i suoi miracoli.

Sarà lui a darti quella felicità autentica

che io non merito.

La mia follia sarebbe comprensibile

se vedendolo con te

il mio animo

sfiorasse col pensiero

atti di pura, brutale ed animale

violenza.

Mentre io sono qui

ed il mio cuore ti insegue ancora

tra i ricordi che cerco di consumare

lui ti guarda nella tua bellezza

scruta i tuoi sguardi con passione

e accarezza la tua pelle

con le dita di chi suona per la prima volta

la musica del tuo amore.

Un dubbio sfiora la mia tenera ed immatura immaginazione

la paura della tua menzogna

il terrore della tua sincerità celata

dietro parole e sensazioni

che credevo reali.

Perchè questo lurido incubo

continua a perseguitarmi?

Perchè non vedo altro che la mia delusione

la mia ignoranza

la mia infantile capacità di capire?

Molte cose non conosco

ma l’unica cosa che mi tiene sveglio la notte

con la sua certezza

è che non sarò mai quell’uomo

che da ora sarà per te

quello che io non sono stato capace di essere.








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