Prima di partire per un lungo viaggio…

30 07 2011

Ogni partenza di fatto è un arrivo. Ciò che precede la partenza è sempre elettrizzante, carico di emozioni, ricco di sensazioni uniche ed eterne. Ma ancora prima del viaggio, del percorso, della strada, c’è un altro viaggio che si conclude, un altro anno tra una pausa e la seguente, un altro frammento di vita che si abbandona al passato per riemergere rigenerato e pulito al ritorno. E’ proprio dell’estate scandire il tempo con cadenza annuale, retaggio forse dell’infanzia scolastica o dell’innato bisogno di ciascuno di prendersi il tempo che serve per riflettere sul proprio percorso e sulla strada da intraprendere alla fine. E’ stato un anno a dir poco pazzesco! A dire il vero le premesse non sembravano tanto buone, diciamo che c’è voluto un bel po’ per tornare in carreggiata, ma una volta ritrovato lo svincolo giusto, tutto si è colorato di nuova luce esplodendo come una maestosa primavera. Abbandonata la crisalide si impara a volare ed io mi sono adattato: sono bravo a sfidare il cielo. Non ho una grande capacità di sintesi, ma se dovessi individuare le pietre miliari di quest ultimo anno beh, ancora una volta, mi ritrovo a parlare di viaggi. Lo so, è un po’ banale riassumere le proprie esperienze fissando dei punti di svolta, in fondo la vita è un percorso continuo, anche le rivoluzioni non sono mai istantanee, ma credo che mi aiuti a capire meglio dove sono stato e verso cosa sto andando. L’anno inizia con un viaggio al quale non ho partecipato verso una meta in cui avevo riposto molte più aspettative di quante potessi permettermene. Non è mai facile per chi tende ad avere una visione quantizzata della vita, saltare un punto di svolta, ma questo può rivelarsi vantagioso nel momento in cui ci si accorge che in realtà quel viaggio non valeva così tanto e che in realtà, non era poi così importante. Saltiamo direttamente al prossimo scalino, questa parte di strada l’ho già raccontata abbastanza da queste parti e non vorrei annoiarmi. Siviglia! Una città magica e romantica, piena di luce e di colori. Era Novembre e qualcosa si muoveva dentro di me per scuotere via quei residui di inutile tristezza rimasti a mezz’aria, ma l’autunno era ancora acerbo e la primavera troppo lontana per rendere il mio sguardo nuovamente puro e così tra piccoli gemiti d’amore ho iniziato a spiegare un po’ le ali, per assaggiare il cielo, senza esagerare. Poco più di un mese è stato sufficiente perché fossi pronto a lanciarmi in una nuova avventura verso una città tanto decantata dai poeti da rinvigorire e rafforzare il mio animo senza troppo rumore: Parigi. Una sola parola: Magnifica! La città con le sue luci e le sue ombre, con la sua eterna voglia d’amore ed una innata essenza di passione, sembrava una donna capace di far perdere la testa al più assennato degli essere umani gridando forte, nel silenzio di uno spirito in piena evoluzione “svegliati!”. E così è stato, tutto ciò che è venuto dopo è stato un risveglio fantastico come se il sole avesso preso a danzare nella notte con la luna al suo fianco e le stelle come orchestra. Dopo Parigi tutto è cambiato, io sono cambiato. Non sono tornato indietro, non mi sono voltato ed ho scoperto che in realtà era tutto nascosto dentro di me, e non fuori. I mesi si sono accavallati impazientemente, le notti troppo spesso si tramutavano in mattina ed io percepivo con forza e vigore la vita che scalciava per prendere il suo giusto posto. Nel frattempo scoprivo un nuovo me, sia chiaro quello di prima non era male, ma adesso facendo un confronto così, su due piedi, mi sembra che vada molto meglio. Mi sono lanciato ad occhi chiusi in un mondo di esperienze nuove ricche di emozioni senza mai conservare le forze per tornare indietro fino al punto chiave non solo di quest’anno, ma, con assoluta certezza, della mia vita intera. Africa! Non quella delle piramidi o delle bianche spiagge, ma quella della miseria, della povertà, del dolore. Ognuno porta dentro di sè ricordi incancellabili che già dal primo momento lasciano una traccia indiscutibilmente indelebile, per me l’Africa è stata l’esperienza più bella della mia vita, fino ad ora. Non era il luogo, o il punto di arrivo, ma ciò che ho trovato lungo la strada, le persone, gli sguardi, le parole, a rendere tutto unico semplicemente vivendo. Le ali si sono aperte ed il balzo è stato veramente fantastico! Ho iniziato a guardare il mondo in maniera completamente diversa, ripulendo ogni strascico di insensata malinconia. La vita è avanti, non dietro, è una strada che si sgretola al nostro passaggio, accumulando mucchi di ricordi tra i quali solo le pietre più splendenti e preziose riescono a conquistare la cima. Ora le vedo le mie cime, le mie vette, le mie conquiste, ciò che sono e ciò che voglio diventare, godendomi il viaggio ancora e ancora senza rimorsi o rimpianti. Altri mesi, altre esperienze, come se d’un tratto tutto ciò di cui avevo bisogno apparisse magicamente davanti ai miei occhi sorprendendomi ogni giorno di più. “La vita ti sorprende quando sei impegnato a fare altre cose“, diceva John Lennon, ed è vero. Impegnatevi instancabilemente in qualunque cosa crediate valga la pena vivere. Non lasciate che la paura vi immobilizzi perché dove mette radici la paura sboccia il rimorso, e dove si coltivano rimpianti si raccolgono solo delusioni. Alla fine, dopo mesi di lavoro intenso, di soddisfazioni e sensazioni, di amore e vita, mi ritrovo qui, poche ore prima del mio prossimo viaggio. In realtà il luogo lo conosco bene, non è la prima volta che ci vado, e non sarà l’ultima di sicuro, ma il viaggio è lungo e non voglio dilungarmi a descrivere cosa mi aspetto o cosa spero di trovare, so già che la vita dall’altro lato della carreggiata, sta partendo per trovare me. Ed io mi farò travolgere, ancora una volta, perché è questo che adoro fare: vivere! Il mare mi aspetta in quella terra così bella e generosa: io sono il mare, la notte, il fuoco ed il cielo e lì c’è il Salento, la mia adolescenza, la mia maturità, il mio nuovo arrivo, e la mia nuova, stupenda, magnifica, ineguagliabile strada. Buon Viaggio!





Una margherita rossa

20 02 2011

Mi chiamo Asiya e ho da poco compiuto vent’anni. Oggi è solo un altro luminoso giorno nella mia gloriosa città antica e come ogni giorno sono seduta alla mia piccola scrivania arrangiata sotto il davanzale della camera da letto. C’è molta luce fuori e dalla finestra socchiusa lascio entrare un po’ di quel calore che il mondo ci invidia senza sapere quanto costi all’anima afflitta del mio popolo. Con molti sacrifici i miei genitori sono riusciti a pagarmi gli studi alla facoltà di medicina ed io, per non deluderli, passo le ore immersa nei libri navigando tra principi di anatomia e saggi sulla chirurgia. Sin da piccola ho sempre avuto il desiderio di portare il mio aiuto a chi non può aiutarsi da solo, cercando in ogni momento di essere utile, presente, comprensiva. Forse non a caso mi hanno affidato questo nome, perché il suo significato oggi sembra più che mai una vocazione piuttosto che una semplice connotazione anagrafica: Asiya, “Colei che solleva i deboli”. Ho molti amici che studiano con me, persone affidabili, ponderate e piene di speranza. Da una settimana ormai non ci incontriamo più nella biblioteca universitaria, ci sono troppe guardie che ci osservano e ci sentiamo un po’ in imbarazzo; così abbiamo scelto di vederci a rotazione nelle nostre case, oggi è il turno di Amid ed io aspetto che Ghada e Fahmi bussino alla porta per farmi compagnia durante il tragitto. Ghada è una ragazza dolcissima, amante della buona musica e della buona cucina. Fahmi…beh Fahmi è bellissimo, con due occhi profondi che scavano nell’anima di chi ci si perde, un corpo agile e muscoloso, ed un viso capace di eclissare anche il sole più splendente. Chissà se ha mai pensato a me come io penso a lui, per certe cose non servono parole, basta uno sguardo, ed io spero di incrociarlo presto quello sguardo. Ghada studia Letteratura, mentre Fahmi si sta per laureare in ingegneria meccanica. Dovevamo vederci verso le undici ma Ghada avrà tardato come sempre nel prepararsi per essere sufficientemente bella al fianco di Fahmi e non sfigurare agli occhi di suo padre; certo se perdesse qualche chilo magari Fahmi potrebbe farci un pensierino ma per il momento si accontenta di una solida amicizia…io invece no…Finalmente il suono tanto atteso: nocche che si scontrano con virilità sul legno della mia porta mi inducono a pensare alle sue mani, ma non ho tempo per chiudermi nel mondo dei sogni, devo aprire. <<Ciao Fahmi!…dove hai lasciato Ghada?>> prontamente risponde al mio saluto con una specie di inchino teatrale e dice <<Ghada ci raggiunge più tardi, aveva da fare…aspetta, tanto tra poco lo vedrai.>>. Curiosità ed impazienza mi costringono a chiedere <<Cos’è, una sorpresa?>> Ma Fahmi da bravo gentleman ribadisce << tra poco vedrai, non avere fretta, sono sicuro che ti piacerà.>>. Presa la borsa con dentro i miei libri mi lancio tra i gradini del palazzo seguendo Fahmi con il mio sguardo da sognatrice.

Per la strada c’è molto movimento, più del solito. La bottega del palazzo di fronte a noi è stranamente chiusa: il vecchio Dhakir non chiude quasi mai, ma oggi la porta è serrata e le luci della vetrina sono spente. Meglio non farsi troppe domande, ora siamo soli, io e Fahmi. Girando l’angolo incrociamo un gruppo di ragazzi, forse conoscenti di Fahmi, che ci salutano con un sorriso; forse cercano di fargli notare la fortuna che ha avuto nel farsi trovare a spasso con una ragazza, meglio chiudere l’imbarazzo abbassando lo sguardo, altrimenti rischio di arrossire. Pochi metri più in là, dietro un piccolo assembramento di gente scorgo la figura massiccia di Ghada. In poco tempo mi rendo conto che questa non sarà una giornata di studio come le altre: “Libertà, senza compromessi!” recita lo striscione stretto fra le mani di quei ragazzi. Fahmi si gira verso di me e con la tenerezza più disarmante che il mio intelletto abbia mai percepito mi dice: <<Oggi, è il momento che aspettavamo da tanto, andiamo a farci sentire.>>. Un misto di agitazione, e carica emotiva scuotono rapidamente il mio animo tanto da farmi avvertire attraverso la schiena un brivido rapido ed intenso. Una rivoluzione? Qui? Proprio oggi? deve essere un segno: E’ il segno che tutti aspettavamo. Senza indugio mi unisco alle file del piccolo corteo che rapidamente, passando tra le vie affollate si riempie di giovani ragazzi e ragazze, forse studenti come noi o semplicemente curiosi rapiti dal nostro bisogno di libertà. Urliamo slogan arrangiati sul momento e tutto si colora di persone, volti, voci, emozioni: siamo sempre di più ed io mi diverto come non mai. Davanti a noi si apre ,sotto il sole, la piazza principale della nostra città ed è già colma di ragazzi che urlano, ballano, saltano chiedendo al cielo qualcosa che secondo la nostra mentalità radicata nei secoli, potrebbe significare pazzia, delirio o banale dissidenza. La mia voce si unisce a quella di Fahmi e di Ghada innalzando vibrazioni uniche ed intense. Sembra davvero incredibile che stia succedendo, ma evidentemente il tempo è maturo. Da una delle vie più grandi si intravedono poliziotti schierati in fila, con gli scudi rivolti verso di noi. Probabilmente non agiscono perché in fondo non stiamo facendo nulla di male, stiamo solo manifestando le nostre idee liberamente: paradossale! Ah se mi vedesse mia madre…Fahmi è ancora più affascinante del solito e la sua voce che grida un po’ mi eccita. Saltando insieme agli altri le nostre mani si stringono: questa è la felicità di cui ci hanno sempre parlato? spero di si, perché cascasse il mondo, io me la tengo stretta. Tutto è così bello, luminoso, allegro, sembro una bambina il giorno del suo compleanno. Vorrei vivere questo istante per sempre, colmando l’eternità con tutti i sogni urlati da chi mi sta intorno, togliendo la rabbia, il rancore e l’odio per far passare solo questo immenso amore e questa inconsueta voglia di libertà.

Vogliamo di più, e tutti ce lo meritiamo…

Un boato improvviso taglia l’aria ed una nube di fumo ci circonda. Altri boati e scoppi rapidi e fulminei illuminano il grigiore della piazza che poco fa era solo piena di sole e speranza. Dagli slogan si passa alle urla, quelle vere, quelle che fanno paura. La folla spinge da tutti i lati e respiro a stento. Un inferno rumoroso e caotico riempie l’enorme piazzale che tra spinte, e lanci di oggetti si trasforma in un immenso campo di battaglia. Qualcuno risponde ai boati tirando bottiglie e mattoni, altri cadono a terra insanguinati, forse perché colpiti dalla foga di qualche squilibrato. Ho paura, troppa…<<Fahmi! dove sei?>> tra le lacrime sforzo la mia gola sperando di poter riconoscere quella voce tanto calda e sicura, in quel momento di pura follia. Una mano forte afferra il mio braccio e mi tira via. E’ lui, il mio amico, il mio eroe, il mio amore. Corriamo senza voltarci per paura di ciò che potremmo vedere. Intanto ai bordi delle strade qualcuno zoppica, altri si coprono le ferite gridando aiuto, piangendo e cadendo. Vorrei solo fermarmi e piangere insieme a loro…ma Fahmi mi incita a continuare, e lui ha sempre ragione. Finalmente ci fermiamo in un vicolo poco frequentato e riprendiamo fiato. <<Sono pazzi, hanno aperto il fuoco senza ragione! questi sono pazzi, completamente pazzi! tu stai bene?>> il mio viso bagnato dalle lacrime vale più di qualunque risposta e senza attendere le mie parole Fahmi mi prende tra le sue braccia dicendo, <<non ti preoccupare, ci penso io a te!>>. Un istante lungo una vita, e in quell’immenso trambusto riconosco quello sguardo nei suoi occhi, quello che desideravo, quello in cui speravo: perché proprio ora? <<vorrei dirti tante cose, meglio andarcene da qui, fuggiamo insieme, ti prego! ti…>>

Un colpo netto, e Fahmi si accascia rovinosamente a terra. Tra le mie mani il suo sangue, rosso come il fuoco. Continua a sanguinare dal collo ansimando avidamente per rubare tutta l’aria intorno mentre io lo guardo negli occhi: spaventata. Pochi secondi e la vita scivola tra le mie mani portandosi via quello sguardo profondo di cui mi sono innamorata. <<Fahmi! Fahmi!>> ma gridare non serve, ormai è finita. Solo le lacrime rimangono. Dalla strada mi raggiunge correndo Ghada mi strappa dal corpo del mio principe e mi trascina via, cercando di non farmi svenire. Perché non siamo andati da Amid a studiare? Perché abbiamo dovuto sfidare la sorte cercando di strappare una libertà che nessuno desidera concederci? Perché Fahmi?

Dovrei riprendere il coraggio e tornare a lottare, spingere contro le angherie di quei pazzi dal grilletto facile, urlare fino alla fine, ma sono solo una ragazza di vent’anni, e sono spaventata da tutto questo. Come me ci sono tante persone, che hanno visto la speranza il cambiamento la felicità, ma stanno correndo a casa con il sangue tra le mani e la paura negli occhi. Sto piangendo è vero ma non voglio dimenticare, perché mentre conquistavamo la libertà io ho perso la felicità e l’odio che provo, non sarà disperso in vano. E’ il momento di essere forte ora più che mai! E’ il momento di lottare, ed io non mi tirerò indietro, Fahmi avrebbe fatto lo stesso. E’ il momento di alzare la voce e gridare al mondo che anche noi esistiamo, che anche noi abbiamo diritto ad essere liberi. E’ il momento di puntare i piedi, voltarsi e riprendere a correre incontro a loro, perché possono colpirci con ogni arma, ma non possono fermare le nostre anime. <<Ghada, vai tu, io torno a difendere ciò per cui Fahmi ha dato la vita: la libertà!>>.





Fotografie

11 01 2011

Fuori è ancora buio, ma il mattino già si intravede in lontananza attraverso quei piccoli spiragli tra le persiane. C’è odore di casa intorno a noi, la nostra casa. Ti guardo mentre sospiri dormendo su un fianco, e come sempre mi stupisco della tua bellezza. La stanza si illumina lentamente lasciando prendere vita a quel colore così gioioso che hai scelto per le pareti: giallo come il sole. Ti è sempre piaciuto il giallo, anche prima di quella sera ormai lontana nel tempo, in cui ti regalai quel girasole un pò secco, ma pieno di speranza. I tuoi occhi sfavillanti quasi commossi sorridevano con amore e tenerezza: sembravi una bambina.

I vicini si sono svegliati presto come ogni mattina, e come ogni mattina attendo che tu riapra gli occhi con quella smorfia un pò turbata dal loro trafficare rumoroso. Nell’attesa mi godo questo momento lasciando che il mio sguardo si posi delicatamente sulle fotografie appese nella nostra stanza.

Proprio vicino al mio comodino, il nostro mare se ne sta immobile, immortalato in quello scatto un pò sfocato forse poco elaborato che tanto ti emoziona ogni volta che lo guardi. In primo piano ci siamo noi due, abbracciati e stretti in un bacio pieno di passione. Io avevo in testa quel buffo cappello che mi avevi regalato durante il nostro primo viaggio insieme. Sembra ancora ieri: il trauma della valigia, la tua ansia per i biglietti ed il mio sorriso tragicomico impegnato nell’arduo tentativo di tranquillizzarti; in fondo mancavano ancora dieci ore al volo. Tu controllavi continuamente tutti i documenti, ed io allora ti presi per mano e ti dissi per l’ennesima volta: <<Ti amo!>>. Poi, tra baci intensi abbiamo fatto l’amore, proprio su questo letto, ed è stato bellissimo. Il nostro mare: spumeggiante, fresco e così stupendamente romantico. Non era un posto da pubblicità o da documentario, ma era nostro, e questo ci bastava.

Poco più in là, vicino alla finestra, un piccolo quadretto senza vetro racchiude il tuo volto sorridente. Quella foto l’avevo scattata qui, il giorno che ci siamo trasferiti. Erano le sei ed il sole si apprestava a tramontare oltre il profilo della città. Un raggio carico d’autunno scelse la nostra piccola finestra per salutare la sua partenza ed il nostro arrivo. Per qualche minuto sei rimasta a contemplare quello spettacolo con i gomiti sul davanzale, la testa china e quel tuo sguardo da angelo pensieroso, un pò malinconico. Ebbi il tempo necessario per prendere la mia Nikon: volevo immortalarti nella tua bellezza naturale, senza pose o teatralità, così come sei ancora; ma la mia goffa fretta mi fece urtare col piede una scatola da trasloco poggiata di fronte a me. Il mio dito era già pronto per lo scatto e tu girandoti mi hai regalato questa bellissima immagine che ogni mattina mi rapisce, mentre riapro il nostro spazio all’aria del giorno. Tra poco succederà di nuovo, e fremo per quel gesto forse dettato dall’abitudine, ma incredibilmente carico di amore. Ti amo, te l’ho già detto oggi? forse tra i miei sogni che nonostante il tempo passato insieme si colorano ancora della tua magnifica presenza.

E’ ancora presto ed un tuo sospiro un pò più lungo degli altri spinge il mio sguardo verso di te. Oltre il tuo splendido profilo riesco a scorgere nella penombra la foto del nostro matrimonio, attaccata senza cornici su quella parete in un gesto frettoloso poche ore dopo le nozze. La cerimonia fu commovente anche se quel sacerdote non parlava molto bene la nostra lingua. Il tuo abito non era come quello che si vede nei film, bianco, candido ed immacolato ma era ricco di colori, molto sfumati ma diverso dal solito. Mi hai sempre detto che avresti voluto un matrimonio speciale e così, oltre all’abito, invece della classica marcia nuziale feci suonare la nostra canzone al momento dell’ingresso, dando fuoco alla miccia della tua commozione già trattenuta a stento. Alle tue lacrime si aggiunsero le mie, ed insieme passammo quasi dieci minuti a guardarci prima di recuperare la nostra attenzione alle parole difettate di quel sacerdote. Dio quanto era bello il colore dei tuoi occhi. Completava il mosaico di colori che ti circondava, rendendoti la più bella creatura mai vista su questa terra.

Verso la porta, ancora più immerso nell’oscurità di questo mattino, c’è un altro nostro bacio, ma al di là della bellissima immagine, il mio sguardo si concentra sui bordi della cornice. Scheggiata e rovinata su più lati, mi costringe a ricordare quella notte terribile in cui, dopo un doloroso litigio, decidesti di andartene per non tornare più. L’ennesima delusione della vita ci aveva trafitto il cuore, e in un gesto di pura follia ci siamo lasciati odiare. Così traviati dalla paura ci siamo detti parole tremende versando lacrime amare su tutto ciò che con forza avevamo costruito. Era la fine. Sbattendo la porta quel piccolo quadretto era caduto in terra lasciando volare qualche scheggia in giro per la stanza, sembrava il mio cuore. Lo raccolsi, lo guardai per un attimo asciugandomi le lacrime e lo lanciai via, verso un’altra parete che inerme ne accolse lo schianto. Fu una notte tremenda, senza sonno e senza pace. Ma l’amore trova sempre la strada del ritorno ed il mattino seguente mi vestii in fretta lanciandomi con forza verso la maniglia della porta col desiderio di correre da te e ripeterti ancora “Ti amo!”. Ciò che accade dopo fu incredibile: non ebbi il tempo di uscire che tu eri già con le chiavi in mano pronta a rientrare nella nostra casa, e nella nostra vita. Ci guardammo a lungo poi con una sincronia degna della più virtuosa filarmonica del mondo, ci siamo detti << Scusa! >>. Stretti in quell’abbraccio lasciammo cadere ogni rancore perché in fondo sapevamo, che nulla poteva permettersi di separarci. Nulla, mai.

Nel sorridere al pensiero di quel ricordo, mi lascio sfuggire un piccolo gemito che le tue orecchie assorbono, interpretandolo come una sveglia. Voltandoti lentamente, sotto il profilo delle lenzuola qualche raggio impertinente illumina la tua pancia, gonfia del nostro amore. Il nostro piccolo bambino cresce tra di noi, ed io non sono mai stato così felice come in questo momento. Dopo ogni sacrificio, ogni lotta, ogni istante vissuto nel nostro tempo, mi accorgo di quanto in realtà tutto ciò che poteva delinearsi come un rimpianto o un dolore, si è manifestato come una grande occasione per dirigere i nostri passi verso questa vita splendida ed unica. Mi guardi con gli occhi ancora carichi di sonno ed allunghi la tua mano per accarezzarmi, poi semplicemente mi dici : << buongiorno, amore mio! >>. Mi chino verso il tuo viso per baciarti e per dirti quelle semplici parole che conosci già.

Abbiamo costruito la nostra vita, con pazienza e amore, senza troppe pretese. Non conosciamo come si svilupperà questo futuro carico di incertezze, ma sicuramente posso dedicarti tutta la mia speranza e la mia fiducia, perché in fondo, tutto ciò che ci serve è continuare ad amarci. Te lo ripeto da sempre, l’importante siamo noi, il resto è solo altro.





Persi in volo nel tempo.

4 01 2011

Si chiamava Angelica, di nome e di fatto.

La conobbi per caso durante il mio ennesimo autunno da giovane scrittore rivoluzionario al circolo del Paroliere, una piccola associazione letteraria situata nei pressi del quartiere di San Lorenzo dove ogni sera degustavamo stralci di arte poetica e qualche sincero bicchiere di vino, rigorosamente rosso. Avevo già 29 anni ma il mondo non se ne curava, tra manifestazioni studentesche ed occupazioni, era il resto ad apparire vecchio e marcio, io ero solo un numero tra le file di quelli che la pensavano in un certo modo. Era tempo di sommosse, tempo di rivolta, tempo troppo tumultuoso per essere descritto tra le pagine di un passato fugace.

Ricordo precisamente ogni dettaglio del nostro primo incontro. Era mattina, e dalle finestre semiaperte circolava un profumo di caffè e di casa, tipico delle strette vie di Roma. Indossavo un Eskimo, come voleva la moda di allora: omologati anche nel nostro essere diversi. Faceva freddo, troppo per essere Novembre, ma non ci facevo caso, ero ancora giovane e se riuscivo a tener testa al sistema come potevo lasciarmi abbattere da un pò di aria gelida? Percorrevo a passo svelto le vie intorno ai palazzi, come a correr via più in fretta possibile dal pesante giudizio dei miei genitori, troppo radicati a quegli ideali che noi altri cercavamo di scavalcare. Una volta raggiunto il piccolo portone sul quale regnava la scritta “Libero Pensiero, Libero Mondo”, suonai tre volte il campanello: era il nostro segno di riconoscimento, non che fossimo perseguitati ma ci piaceva pensarlo. Mi aprì la porta Mastino (credo di non aver mai conosciuto il suo nome vero), un ragazzo di Napoli venuto a Roma per cercare un lavoro e risucchiato dal magico mondo della contestazione. Adoravo lo squallore di quel circolo, così profondamente decadente e allo stesso tempo baluardo di libertà. L’appendiabiti attendeva il mio cappotto ed io non lo delusi. C’erano tutti: Mirella scriveva qualcosa sul suo taccuino sorseggiando un caffè, Luca rinvigoriva la fiamma della nostra stufetta sottratta ai padroni durante una sommossa in un liceo vicino, il Ganzo fumava guardando fuori dalla finestra e Silvia conversava con una nuova giovane adepta della nostra comitiva. Quella giovane donna era Angelica. Rimasi colpito dal suo abbigliamento, tipicamente aristocratico e benestante, un pò fuori luogo. Portava un cappotto bianco di lana finissima ed un paio di stivali in pelle, lucidi e splendenti. I suoi capelli neri accuratamente pettinati si allungavano ben oltre le sue spalle, emanando un profumo di dolcezza che riempiva la stanza. Parlava, non so bene di cosa, gesticolava e sorrideva. Le sue labbra rosse pronunciavano con attenzione ogni parola, come se ogni risposta facesse parte di un copione recitato mille volte da un’attrice di grande talento. Era bella, troppo per essere vera. Mi avvicinai per assaporarne ancora di più l’odore. Le sue mani sembravano così lisce da lasciarmi percepire il piacere dell’aria che veniva accarezzata dai suoi gesti. Silvia mi indicò dicendo: << Lui è Francesco, il miglior scrittore del circolo, anche perché è l’unico. >>. Sorrisi sperando di poter incrociare lo sguardo di Angelica, e subito fui soddisfatto. Aveva due occhi castani che brillavano di una profondità mai vista, se avessi avuto il tempo di osservarli più attentamente avrei potuto scorgere i lineamenti dei suoi pensieri. Immobile e senza parole mi ridestai prontamente da quell’estasi suprema porgendole la mia mano ed esclamando << Wow, sei splendida! >>. Lei arrossì ma non quanto me, mi sentivo un demente, che figuraccia, ma sorrise ancora ed io mi placai. Doveva essere particolarmente abituata a ricevere complimenti da sconosciuti, infatti eclissò subito il momento di imbarazzo domandandomi: << cosa scrivi di solito? >>. Stordito ma non distratto risposi con falsa nonchalance: << scrivo la vita, così come mi viene. >>. Sorrise ancora ed io mi innamorai definitivamente.

Tornò la primavera e fu come un pugno sul naso per la mia allergia. Starnutivo continuamente e consumavo quantità immense di fazzoletti. Percorrevo sempre più velocemente la strada, un pò per sfuggire al polline, ma soprattutto per vedere Angelica. Nei mesi trascorsi ci fu il tempo per approfondire la nostra conoscenza; diventai il suo confidente, non potendo pretendere altro vista la differenza di età e la sua bellezza irraggiungibile. Aveva vent’anni lei, e sapeva portarli molto meglio di come io portassi i miei quasi trenta. Nonostante la mia fervente fantasia da scrittore, non mi abbandonai mai al pensiero di false illusioni o speranze vane: sognavo sì, ma con realismo. Parlavamo e tutto si fermava: il canto dei passeri, il vento tra le fronde, gli schiamazzi dei bambini in strada, i passi di Silvia, la radio del Ganzo. Nulla  riusciva a distrarmi dalle sue parole. Ormai ero totalmente assuefatto alle nostre conversazioni. Ogni mattina la passavo lì al circolo, mentre il pomeriggio andavo ad aiutare mio padre nel nostro negozio di antiquariato. Come occupazione rendeva bene e mi permetteva di coltivare il mio sogno: divenire uno scrittore di successo. Scrissi molto in quel periodo, soprattutto poesie d’amore prudentemente nascoste in un taccuino nella tasca interna del mio cappotto. Sapevo bene a chi erano rivolte, ma non ne feci un dramma, ogni scrittore ha bisogno di una musa, ed io fortunatamente la trovai. Col passare dei giorni le serate che organizzavamo erano piene di impegni ed ospiti importanti, tutta gente morta che viveva tra le righe delle proprie opere. Il vino ce lo procurava Mastino, e si vendeva bene, anche perché l’affluenza in quel periodo era copiosa, ed i soldi servivano sempre. Non c’era da lamentarsi in fondo, la casa di mia nonna passò a me dopo la sua morte e già mi sentivo più a mio agio per l’età che avevo. Bei tempi quelli.

Capitò che una sera d’Aprile, Angelica si presentò al circolo con uno sguardo triste, gonfio di lacrime. Non l’avevo mai vista con quegli occhi, sembrava così fragile e sola. Finita la serata mi avvicinai per regalarle un pò del mio silenzio, paradossalmente su carta sono più bravo con le parole che non dal vivo. Lei se ne stava ferma a guardare fuori dalla finestra quel lampione che si spegneva ad intermittenza. Era evidente che non mi avesse notato. Mi avvicinai ancora, tanto per non rendere vano il mio silenzio, e all’improvviso, senza che l’aria potesse svelare minimamente i segreti piani del destino, si voltò verso di me e disse << ti va di venire con me in un posto? >>. Era già mezzanotte passata ma quella sua domanda non poteva restare senza una risposta. Decisi dunque senza pensare e risposi << certo! Prendo il cappotto. >>.

Ci sedemmo ad un tavolo in una piccola enoteca non molto distante dal nostro tugurio. Sembrava impaziente e spaventata, come se il nostro conversare fosse solo un preludio a qualcosa di nuovo e terribilmente sconosciuto. Parlavamo di alcuni brani letti quella sera, in particolare di una poesia che le era rimasta impressa per qualche oscuro motivo. Parole orfane inserite per caso nel palinsesto serale. Libertà, amore, impeto e passione si aggrovigliavano vigorosamente tra quelle righe molto abusate dalla mia lettura e non solo… Ordinammo entrambe una birra, il vino già l’avevamo degustato in precedenza. Ogni silenzio era interrotto dai miei discorsi: cercavo di allontanare dalla sua mente quel fantasma che aleggiava nei suoi occhi, come per salvarla. Ad un tratto, mi interruppe bruscamente e disse: << Che vogliamo fare? >>. Caddi dal mio castello di parole percependo il palpitare incostante del mio cuore. Rimasi immobile, come un sasso. Non potevo restare in silenzio e capii che quello era l’unico momento per essere pienamente me stesso. Presi il coraggio in mano sia perché l’alcol era già in circolo sia perché il suo sguardo non mentiva. Quando una donna ti guarda con quegli occhi significa che è arrivato il momento della verità.

Dissi: << Da tempo ormai nella mia anima si è formato un sentimento troppo pesante perché io possa ignorarlo. Ho lasciato da parte ogni congettura mentale, ogni logica deduzione, ogni pensiero di realtà. Non conosco più i segreti del mio cuore, e l’unica cosa che capisco è che non riesco a staccarmi da te. Vivo le mie giornate aspettando impazientemente il momento per rivederti, per parlarti, per ascoltarti. Ogni volta che ci salutiamo sento con forza un pezzo di anima che se ne viene via con te. Forse penserai che sono pazzo, siamo troppo diversi. Mi sono concesso il lusso di credere in qualcosa che non può esistere, ma ne sono consapevole, e per queste mie parole e per ogni sensazione che il tuo cuore sta emanando in questo istante, ti chiedo scusa. Credo di amarti. Mi dispiace. >>.

In quell’istante non dovevo sembrare tanto diverso da un cadavere. La mia anima era stata definitivamente svuotata da quel suo sguardo e non provai nient’altro che serenità.

Lei si voltò per un attimo, poi accadde l’incredibile: si alzò e, delicatamente, posò le sue labbra sulle mie.

Ero di nuovo vivo.

Pochi minuti dopo si allontanò dal tavolo salutandomi con un sorriso carico di gratitudine. Da quel momento sparì, ed io non la vidi mai più. Non ebbi neppure il tempo per ricambiare il suo saluto. Invano attesi la sua comparsa al circolo il giorno seguente. Avrei voluto dirle mille parole, confessarle un’infinità di sentimenti, condividere con lei il mio tempo ormai vuoto. Ma era tardi e lentamente lasciai che il tempo congelasse la sua presenza nel mio ricordo.

Anche se ormai sono passati anni da quell’istante così splendente, e anche se la vita ha ripreso il suo corso nella semplicità di ogni singolo momento, non riesco a dimenticarla. E’ finito il tempo delle sommosse, e dei giorni spensierati ma non dimentico le sue mani, i suoi capelli, i suoi occhi. Un’immagine immobile nella mia mente concepita per essere solo osservata dalla memoria. Non ebbi mai occasione di parlarle ancora, né di vederla. Non potei nemmeno dirle che quella poesia così sinceramente calzante con la nostra piccola avventura l’avevo scritta io, quando la conobbi in quell’autunno magico, specchio indelebile di rivoluzione e libertà. Non ebbi mai l’occasione di indagare sui suoi sentimenti per me o chiederle la causa delle sue lacrime o dei suoi sorrisi, anche se in fondo una spiegazione si è sempre presentata carica di certezza nella mia mente. Porterò sempre dentro di me quella sensazione di serenità che mi colse all’improvviso quella sera. Se anche solo per un attimo un gemito d’amore ha accarezzato il mio animo, il segno del suo passaggio non svanirà mai come la sua presenza è scomparsa in quella notte.

Se questo mio pensiero ti giunge in qualche modo voglio che tu sappia, cara Angelica, che rimarrai sempre e soltanto la mia prima, autentica, eterna Libertà.





Le dévouement perdu

19 12 2010


Portava un cappello stretto forse troppo, per consentire ai suoi pensieri di rimanere chiusi dentro il loro scrigno. Il cappotto di lana soffice calzava a pennello sulla sua figura lievemente sciupata. Non sembrava infreddolito anzi, nonostante il gelido vento che spirava lungo il boulevard, il suo volto era scoperto e sereno, quasi indifferente. Nessuno alzava lo sguardo verso di lui, tutti procedevano dritti verso una qualunque destinazione come se una sosta momentanea od un semplice incrocio di occhi potesse istantaneamente tramutare in pietra ogni cosa. Con passo rapido e deciso attraversò l’uscio del Club Bohémien dove il solito tavolo, con vista su Rue de Rivoli, lo attendeva impazientemente. Jacques si avvicinò con il sorriso tipico di un cameriere parigino pronto per un saluto cordiale e magari una battuta sul tempo come era d’uso con i clienti abituali. François non aveva il tempo di ricambiare il sorriso e congelando ogni umano senso di accoglienza reciproca ordinò un bicchiere di rosso, un Merlot, con la cadenza provenzale che lo contraddistingue dalla più tenera età. Jacques da parte sua conosceva la routine del suo silenzioso interlocutore e senza ulteriore indugio si diresse al banco dove una coppa ancora vuota attendeva la mescita parsimoniosa del padrone di casa. Dopo qualche minuto l’ordinazione fu soddisfatta e François, ostentando una scocciata generosità, ringraziò il cameriere concedendogli un breve momento di gloria esclamando: << Che freddo oggi! >>. Quasi stupito Jacques esitò nel rispondere ritrovando con un lieve sforzo la battuta tanto abusata durante il suo turno: << Eh, una volta tanto quei pinguini in frac si trovano a loro agio tra noi comuni mortali! >>. I pinguini erano i dirigenti della banca a fianco, che nella pausa tra un salasso ed un pignoramento, erano soliti pranzare al Club. François sorrise troncando subito la conversazione con un fulmineo “Merçi Jacques!”. Quel breve istante di relazione umana si era concluso ed ora era libero di lasciarsi andare a se stesso.

Dopo il primo sorso estrasse dalla tasca sinistra un taccuino in pelle nera, consumato per metà. La penna era già sistemata sul bordo del taschino destro della sua giacca, pronta per assolvere i suoi doveri. Di professione era un avvocato, molto intelligente, scaltro e furbo ma il venerdì dopo l’udienza delle undici si trasformava, quando il tepore del Club Bohémien accarezzava le sue mani. Seduto ad un tavolo da poeta francese amava passare il pomeriggio ad osservare la gente, scrivere e sognare. Non che fosse lo scopo della sua vita, piuttosto una passione maturata nel tempo della sua gioventù. Questo era il suo momento e nulla doveva interromperlo.

Un signore anziano particolarmente corpulento sedeva poco distante dal suo tavolo. François lo fissava, assorto in chissà quale assurdo vortice di pensieri. Iniziò a scrivere cancellando più volte. Inventava storie prendendo ispirazione da caratteri particolari dei suoi soggetti. Immaginava il loro passato, la loro vita, i sogni, le speranze traendo conclusione dalle più infime irregolarità delle rughe, dei vestiti, degli occhi. Amava osservare la gente e costruire con la sua penna mondi, personaggi, luoghi e tempi descrivendo emozioni che solo lui riusciva a carpire da quei volti così diversi e misteriosi. Così, senza conoscere l’origine della sua creatività, l’anziano divenne un simpatico nonno che attendeva l’uscita dei nipoti dalla scuola di fronte al Club. Una persona semplice e felice che nella sua vita aveva attraversato grandi sofferenze per raggiungere la serenità di quel momento. Certo ogni tanto il sorriso si tramutava in un malinconico sguardo perso nel vuoto, cercando lei, la moglie ormai scomparsa che ancora lo accompagnava nei suoi ricordi più dolci. Queste ed altre inimmaginabili fantasie coloravano la mente di François, talmente assorto nel suo scrivere da ignorare completamente il suo bicchiere di vino rosso. Scrisse a lungo finché il suo protagonista non si allontanò oltre l’angolo dell’ingresso.

Ancora un sorso rapido per poi lanciarsi verso un nuovo soggetto, e ancora un altro e un altro. Le ore scorrevano dall’orologio senza che nulla potesse interferire con il loro movimento. François non si curava del tempo. In quel lucido pomeriggio d’autunno fioccarono storie uniche come quella del bambino capriccioso che per un croissant poco gustoso iniziò a far innervosire l’intero locale; o ancora il poliziotto che sorseggiava un caffè dopo aver sventato un pericoloso complotto a pochi passi dal Club. Persino Jacques ebbe l’onore di essere reinventato in uno dei racconti di François trasformandosi in uno studente attempato che per motivi finanziari era costretto a lavorare per mantenere la madre malata. Giornata gloriosa, per la scrittura. La serenità si respirava a pieni polmoni tanto che il clima non sembrava più così pungente. Purtroppo però, come succede spesso nei momenti in cui ci sembra di percepire una felicità superiore ad ogni possibile imprevisto, il mondo ci stordisce con un colpo ben piazzato al cuore.

Entrò una donna accompagnata da un uomo fiero ed imponente. La sua pelle era chiara come il sole d’estate ed i capelli rossi come una rosa appena sbocciata. Un viso stupendo faceva da contorno a due occhi di smeraldo incastonati su quell’opera divina. Il suo cappotto lasciava intravedere le sue forme, perfette. Donne così belle non se ne vedono spesso, François lo sapeva bene. Conosceva quel viso o meglio, lo aveva conosciuto tempo prima. Si chiamava Irènée ed era l’ultima persona al mondo che sperava di incontrare al Club Bohémien.

Erano stati amanti in passato. La storia più travolgente nella vita di François, così unica nel suo trascorrere che il tempo si era tramutato in eternità. Si amarono a lungo ed intensamente; si lasciarono nell’oblio di un tradimento. Lei proseguì la sua vita viaggiando col suo amante, mentre François si abbandonò alla solitudine cercando vigore nel suo scrivere, tirando avanti con la sua vita silenziosa. Non si erano più visti per anni ed ora lei era lì, come la immaginava nei suoi ricordi. Un tremendo torpore colpì la mente di François cancellando ogni lucida percezione di pensiero. L’aria si fece torbida e la luce del radioso pomeriggio d’ispirazione si spense rapidamente.

François vide l’anello al dito di Irènée e precipitò in un profondo stato di tristezza. Si alzò di scatto abbandonando il taccuino, la penna ed il mezzo bicchiere di Merlot. Andò verso il banco posò una banconota silenziosamente e proseguì per l’uscio. Le passò a fianco così vicino da sentire il suo profumo un’ultima volta. Lei si spostò semplicemente senza riconoscerlo, senza dire niente. François Scomparve oltre la vetrata del Club.

Irènée si accomodò esattamente al posto in precedenza occupato dal suo passato, trovando il taccuino ancora aperto. Lo chiuse, lo consegnò a Jacques ed ordinò un bicchiere di rosso, un Merlot, con la cadenza provenzale che la contraddistingue dalla più tenera età.

Nessuno al Club Bohémien vide più François, ed il suo taccuino giace ancora abbandonato nel cassetto vicino ai liquori. Ogni storia persa e dimenticata, personaggi sconosciuti la cui gloria rimane sepolta tra una copertina in pelle nera ed una dedica in ultima pagina.

 

Dedicato ad Irènée, splendida musa

alla quale devo

la mia stessa esistenza:

torna presto, per colorare

il nostro passato

cancellando il dolore.

Con Amore.

François





Ancora Madame Bovary

16 11 2010

Si alzò di scatto, sedendosi sul suo letto. Il grande orologio bianco, appeso alla parete segnava le tre. Fuori rumori silenziosi di città addormentata colmavano lo spazio che la circondava irrompendo, ad intervalli irregolari, dalla finestra chiusa distrattamente. Lui dormiva su un fianco con il volto coperto a metà dal lenzuolo stropicciato su cui poche ore prima, si era consumata l’ennesima passione travolgente vuota di sentimenti. Immobile se ne stava irrigidita, senza un motivo valido o un turbamento esplicito cui dare importanza. Nel buio di quella notte fredda il suo sguardo triste accecato dall’oscurità, cercava le sue mani, le sue forme, la sua presenza, immaginando con fantasiosa ispirazione le parole che nella sua mente sussurravano, in un sospiro di leggera malinconia, la vergogna di quell’atto consumato con violenta assuefazione. Non conosceva il suo nome, e a malapena ricordava il suo volto. Gli occhi forse troppo distratti dalla sua bellezza, non avevano profondità di colore nel suo ricordo, ed un vago senso di impurità celava una paura meschina tra le pieghe di un animo sconfitto.

Si incontrarono per caso, in uno dei tanti momenti di vita precaria che il destino regala a chi non sa riconoscere il valore del proprio cuore. Come le succedeva spesso le parole si trasformarono in gesti, ed i sorrisi in sguardi di carnale desiderio. Minuti consumati tra risate di falsa intimità si esaurirono rapidamente nella corsa affannata alla ricerca di una passione fugace. Un bacio, una carezza a mani strette e pelle, carne, muscoli tesi aggrovigliati nella contingenza di una fuga dalla realtà monotona. Bramosia di emozioni false, curiosità verso l’ignoto mondo del consumato senso di appartenenza ad una stirpe eletta di ignavi troppo impegnati a vivere l’attimo per non sentire quell’amore soffocato che scalciando dal profondo dell’anima si abbandonava sempre di più al suo oblio. Vagava alla ricerca della vita per scoprirsi quasi sempre troppo vicina alla morte.

Lasciò il letto e si diresse allo specchio di fronte alla porta della sua stanza. Guardandosi intensamente non si riconobbe. L’immagine di quella donna consumata la spaventava a tal punto da rendere il suo volto terreno fertile per lacrime amare. Pianse in silenzio nel cupo torpore dei suoi rancori. Mille domande affollavano il suo spirito e certezze evanescenti le si accostavano nel buio sfiorando la sua pelle nuda, inumidita da un brivido di calore ormai sempre più tiepido. Silenzio e rabbia, poi un volto perso nel passato riempì un ricordo carico di tristezza.

Molti anni prima, quando la vita era solo un sorriso dipinto con maestria sulla tela di un radioso futuro, e l’immaturità colorava i contorni del presente, conobbe un giovane dall’aspetto affascinante e dai modi cortesi, per niente simile alla sua usuale compagnia. Senza indugio il sentimento si impadronì di quell’incontro casualmente architettato dal destino, e nel soffio leggero di una brezza di primavera sbocciò un amore che andava ben oltre i limiti della quotidiana eternità. Le ore si fecero giorni e le parole sussurrate da quelle dolci labbra risuonavano intensamente nel suo animo, quasi scuotendone le fondamenta e tracciando orme di inafferrabile felicità conquistata. Un viaggio insieme, posti del passato che si illuminavano di vita nuova, canzoni e musica, poesia e arte. Ogni loro momento era sazio di passione. La capacità di effondere la gioia attraverso uno sguardo le sembrava un dono troppo grande per il suo animo fragile. Fragile e triste nel profondo, l’emozione, forse troppo forte, rinvigorì delusioni del passato e sferzate di dolore, e così, senza che potesse percepire la tragedia, il suo amore svanì, lasciando spazio a paure che sembravano dimenticate come il terrore del monotono susseguirsi di giornate precarie. Ma l’amore di quell’uomo così diverso dai miseri surrogati di maschilità che il passato le aveva presentato, rimase intatto oltre le sue lacrime, oltre la sua rabbia, oltre il suo triste abbandono alla noia della depressione. Un viso colmo di sorrisi, sempre alla ricerca di uno specchio negli occhi di quella donna così affranta. Un raggio di sole che cerca di sporgersi ben oltre la traiettoria del suo tramonto per illuminare gli angoli negati dall’ombra della realtà. Il sogno svanì nel nulla, e lei lo seguì. Lo lasciò nel silenzio, con una lettera scritta velocemente, senza punteggiatura:

“Perdonami, ma non posso amarti

Capirai

Addio!”

Viaggiò per anni senza mai voltarsi indietro, inseguendo uomini inutili e stordendosi con passioni brevi come il battito d’ala di una farfalla. Anche quella sera, iniziata fra risate e vino rosso, era già terminata come tante altre: sola davanti a quello specchio, con le lacrime ed i singhiozzi mentre uno sconosciuto si rigirava nel suo letto disfatto. Il macigno del rimpianto diventava sempre più pesante, come la consapevolezza degli errori più grandi che non si lasciano perdonare. Ancora lucida di lacrime si avvicinò all’armadietto sopra il lavandino, ed una manciata di pillole le riempì il respiro soffocandola abbastanza velocemente da non permettere un solo gemito udibile. L’unica immagine che si impresse nei suoi occhi prima dell’inevitabile, fu proprio il volto di quel giovane amante, che per breve tempo riuscì a salvarla da se stessa. Spirò con un sorriso malinconico, vittima di quel sogno che non era riuscita a difendere.

Lentamente la vacuità di una vita fuori misura compì il suo corso verso il baratro della solitudine. Così cadde l’anima di quella donna che per paura della monotonia si gettò fra le braccia della vanità rinnegando l’unico vero senso dell’esistenza: l’amore!





I’ve got you under my skin

12 11 2010

Novembre era ormai alle porte, e per la strada si avvertiva già quel dolce senso di malinconia che la nebbia accompagna alla sera, tra un camino che sputa fumo nero, ed un lampione timido che prende vita. Attraverso il Corso in direzione della chiesa di San Francesco soffiava un leggero vento di scirocco, curiosamente freddo tanto che i vecchi, seduti al “bar della fortuna”, sbuffavano calore dalle loro labbra rinsecchite imprecando, intirizziti da quel gelido sospiro, contro l’inverno prepotente. Così, come accadeva ogni giorno da quasi trent’anni, Padre Raffaele spalancò le porte della navata centrale, per invitare i bambini a partecipare alla Messa vespertina; sia ben chiaro, un giovane difficilmente entrava in chiesa travolto da un impeto di preghiera, il più delle volte, e in particolare quella sera, il gelo li spingeva ad entrare per gustare il tiepido tepore del sagrato riscaldato dalle candele consumate durante il giorno. Dopo qualche rimprovero tutti si accomodavano fra i banchi, stanchi delle ore di gioco passate in Piazza Garibaldi, dove le urla di madri severe, ancora riecheggiavano riempiendo lo spazio intorno alla fontana centrale. Alle sei in punto il suono del vecchio campanile richiamo l’intera cittadina ad un breve silenzio: quella era l’ora di Dio, o chi per lui.

Un uomo alto, ben vestito con un cappotto finemente lavorato ed un cilindro di colore grigio scuro, imboccò il vicolo di San Girolamo portando, come accessorio sul suo volto, un sorriso spensierato ed uno sguardo colmo di felicità. Il suo passo era svelto ma non impaziente e data la postura del suo petto, lasciava percepire sicurezza e prestanza a chi lo osservava attraversare la luce del proprio uscio. Giunto di fronte al numero cinque di quel minuscolo vicoletto, si fermò, e senza esitare troppo pigiò due volte il campanello di casa Campisi attendendo una risposta che giunse quasi istantanea. Dal balcone che lo sovrastava uscì una fanciulla in abito da sera: aveva gli occhi di smeraldo quasi incastonati su un viso dalla pelle bianca come la neve; portava un vestito rosso carico di passione reso ancora più splendente dal candore della sua carnagione. La sua bellezza era simile alla luna quando tramonta sul mare e si colora di rubino. Pochi istanti dopo, il cancello sotto al balcone si aprì e la calma dell’uomo che già si era trasformata in trepidante attesa, svanì in un abbraccio e si dissolse in un bacio.

Giunsero con pochi minuti di ritardo al romantico ristorante in fondo al Corso, la cui balconata si discostava lievemente dall’orizzonte stellato lasciando intravedere i monti in lontananza. La cena, oltremodo deliziosa, si condì di risate, frasi dolci e sguardi intensi, così poderosi da disarmare ogni senso di tristezza presente intorno al loro tavolo. La ragazza sorrideva come una ninfa nel giardino degli dei ed il giovane che le stringeva la mano sembrava Apollo nell’istante che segue l’aurora. In quel momento d’amore così puro il silenzio della banda attirò lo sguardo della clientela, ed il pianista si alzò indicando i due giovani ed annunciando il brano che stavano per eseguire: << Signore e Signori, mi è giunta una richiesta dal tavolo ventitré. Il brano che stiamo per eseguire si intitola “I’ve Got You Under My Skin” del grande maestro Frank Sinatra. Invito dunque la felice coppia ad accompagnare la nostra esibizione con un ballo al centro della pista. Grazie! >>. Lanciando un’occhiata sorridente al suo cavaliere già in piedi e prontamente con la mano tesa verso di lei, la ragazza si alzò e si lasciò guidare verso la musica.

Danzarono stretti, con le mani tremanti. Si lasciarono travolgere dall’emozione di quel momento di romanticismo quasi ostentato. L’uomo fiero e sicuro sembrava urlare dal suo sorriso “La donna più bella del mondo è qui stasera, per ballare con me”, e la sua ospite dal volto timidamente arrossito, aveva l’aria di una principessa nel giorno del gran Gala di corte. Musica e dolci parole, parole d’amore, parole calde, parole travolgenti. Dopo l’ultimo ritornello la banda alleggerì i suoi toni ed il giovane principe si inginocchiò al cospetto della sua dama. Con un gesto intensamente armonioso estrasse un piccolo cofanetto dalla sua tasca sinistra, ed aprendolo rivolto alla sua donna disse: << Vuoi sposarmi? >>.

Silenzio.

L’intera cittadina si fermò per un istante. Il bagliore di un attimo, lo splendore del firmamento, poi la pace. Un sospiro lungo una vita. L’eternità si spalancava agli occhi del mondo lasciando intravedere il paradiso.

Sguardi immobili, sorrisi a mezz’aria, note troncate, grilli silenziosi: attendete ora il lampo che precede l’alba di un nuovo infinito. Persino il freddo vento si placò. Nessun rumore o fruscio di foglie ebbe il coraggio di intromettersi tra quelle parole sospirate a voce tremante.

Ancora silenzio.

Poi, come il mare esplose nell’infrangersi della prima onda, una sillaba quasi urlata, pacatamente misurata si fece strada: << Si! >>.

Improvvisamente la vita deflagrò l’oscurità di quella sera: applausi, sinfonie di note di felicità, addirittura un respiro di brezza calda si presentò al cospetto dei presenti per rinvigorire nel loro animo il fuoco dell’amore. I due giovani si baciarono delicatamente, con cadenza sempre più stretta e gli applausi si confusero con le congratulazioni degli spettatori. Uno spettacolo magnifico si era consumato sotto il loro sguardo e quell’emozione fece sgorgare qualche tenera lacrima dagli occhi delle signore sedute ai tavoli. Il mistero di una promessa ed il desiderio di non tradirla, questa è l’unica vera manifestazione di quell’amore coltivato, costruito, difeso, cresciuto nel tempo che ha preceduto quell’istante meraviglioso.

I due giovani uscirono mano nella mano, e scomparvero dietro il primo angolo di strada, con la certezza nel cuore di trovare il loro futuro insieme, oltre quel vicolo, al di là della notte, oltre l’infinito.

 








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