Persi in volo nel tempo.

4 01 2011

Si chiamava Angelica, di nome e di fatto.

La conobbi per caso durante il mio ennesimo autunno da giovane scrittore rivoluzionario al circolo del Paroliere, una piccola associazione letteraria situata nei pressi del quartiere di San Lorenzo dove ogni sera degustavamo stralci di arte poetica e qualche sincero bicchiere di vino, rigorosamente rosso. Avevo già 29 anni ma il mondo non se ne curava, tra manifestazioni studentesche ed occupazioni, era il resto ad apparire vecchio e marcio, io ero solo un numero tra le file di quelli che la pensavano in un certo modo. Era tempo di sommosse, tempo di rivolta, tempo troppo tumultuoso per essere descritto tra le pagine di un passato fugace.

Ricordo precisamente ogni dettaglio del nostro primo incontro. Era mattina, e dalle finestre semiaperte circolava un profumo di caffè e di casa, tipico delle strette vie di Roma. Indossavo un Eskimo, come voleva la moda di allora: omologati anche nel nostro essere diversi. Faceva freddo, troppo per essere Novembre, ma non ci facevo caso, ero ancora giovane e se riuscivo a tener testa al sistema come potevo lasciarmi abbattere da un pò di aria gelida? Percorrevo a passo svelto le vie intorno ai palazzi, come a correr via più in fretta possibile dal pesante giudizio dei miei genitori, troppo radicati a quegli ideali che noi altri cercavamo di scavalcare. Una volta raggiunto il piccolo portone sul quale regnava la scritta “Libero Pensiero, Libero Mondo”, suonai tre volte il campanello: era il nostro segno di riconoscimento, non che fossimo perseguitati ma ci piaceva pensarlo. Mi aprì la porta Mastino (credo di non aver mai conosciuto il suo nome vero), un ragazzo di Napoli venuto a Roma per cercare un lavoro e risucchiato dal magico mondo della contestazione. Adoravo lo squallore di quel circolo, così profondamente decadente e allo stesso tempo baluardo di libertà. L’appendiabiti attendeva il mio cappotto ed io non lo delusi. C’erano tutti: Mirella scriveva qualcosa sul suo taccuino sorseggiando un caffè, Luca rinvigoriva la fiamma della nostra stufetta sottratta ai padroni durante una sommossa in un liceo vicino, il Ganzo fumava guardando fuori dalla finestra e Silvia conversava con una nuova giovane adepta della nostra comitiva. Quella giovane donna era Angelica. Rimasi colpito dal suo abbigliamento, tipicamente aristocratico e benestante, un pò fuori luogo. Portava un cappotto bianco di lana finissima ed un paio di stivali in pelle, lucidi e splendenti. I suoi capelli neri accuratamente pettinati si allungavano ben oltre le sue spalle, emanando un profumo di dolcezza che riempiva la stanza. Parlava, non so bene di cosa, gesticolava e sorrideva. Le sue labbra rosse pronunciavano con attenzione ogni parola, come se ogni risposta facesse parte di un copione recitato mille volte da un’attrice di grande talento. Era bella, troppo per essere vera. Mi avvicinai per assaporarne ancora di più l’odore. Le sue mani sembravano così lisce da lasciarmi percepire il piacere dell’aria che veniva accarezzata dai suoi gesti. Silvia mi indicò dicendo: << Lui è Francesco, il miglior scrittore del circolo, anche perché è l’unico. >>. Sorrisi sperando di poter incrociare lo sguardo di Angelica, e subito fui soddisfatto. Aveva due occhi castani che brillavano di una profondità mai vista, se avessi avuto il tempo di osservarli più attentamente avrei potuto scorgere i lineamenti dei suoi pensieri. Immobile e senza parole mi ridestai prontamente da quell’estasi suprema porgendole la mia mano ed esclamando << Wow, sei splendida! >>. Lei arrossì ma non quanto me, mi sentivo un demente, che figuraccia, ma sorrise ancora ed io mi placai. Doveva essere particolarmente abituata a ricevere complimenti da sconosciuti, infatti eclissò subito il momento di imbarazzo domandandomi: << cosa scrivi di solito? >>. Stordito ma non distratto risposi con falsa nonchalance: << scrivo la vita, così come mi viene. >>. Sorrise ancora ed io mi innamorai definitivamente.

Tornò la primavera e fu come un pugno sul naso per la mia allergia. Starnutivo continuamente e consumavo quantità immense di fazzoletti. Percorrevo sempre più velocemente la strada, un pò per sfuggire al polline, ma soprattutto per vedere Angelica. Nei mesi trascorsi ci fu il tempo per approfondire la nostra conoscenza; diventai il suo confidente, non potendo pretendere altro vista la differenza di età e la sua bellezza irraggiungibile. Aveva vent’anni lei, e sapeva portarli molto meglio di come io portassi i miei quasi trenta. Nonostante la mia fervente fantasia da scrittore, non mi abbandonai mai al pensiero di false illusioni o speranze vane: sognavo sì, ma con realismo. Parlavamo e tutto si fermava: il canto dei passeri, il vento tra le fronde, gli schiamazzi dei bambini in strada, i passi di Silvia, la radio del Ganzo. Nulla  riusciva a distrarmi dalle sue parole. Ormai ero totalmente assuefatto alle nostre conversazioni. Ogni mattina la passavo lì al circolo, mentre il pomeriggio andavo ad aiutare mio padre nel nostro negozio di antiquariato. Come occupazione rendeva bene e mi permetteva di coltivare il mio sogno: divenire uno scrittore di successo. Scrissi molto in quel periodo, soprattutto poesie d’amore prudentemente nascoste in un taccuino nella tasca interna del mio cappotto. Sapevo bene a chi erano rivolte, ma non ne feci un dramma, ogni scrittore ha bisogno di una musa, ed io fortunatamente la trovai. Col passare dei giorni le serate che organizzavamo erano piene di impegni ed ospiti importanti, tutta gente morta che viveva tra le righe delle proprie opere. Il vino ce lo procurava Mastino, e si vendeva bene, anche perché l’affluenza in quel periodo era copiosa, ed i soldi servivano sempre. Non c’era da lamentarsi in fondo, la casa di mia nonna passò a me dopo la sua morte e già mi sentivo più a mio agio per l’età che avevo. Bei tempi quelli.

Capitò che una sera d’Aprile, Angelica si presentò al circolo con uno sguardo triste, gonfio di lacrime. Non l’avevo mai vista con quegli occhi, sembrava così fragile e sola. Finita la serata mi avvicinai per regalarle un pò del mio silenzio, paradossalmente su carta sono più bravo con le parole che non dal vivo. Lei se ne stava ferma a guardare fuori dalla finestra quel lampione che si spegneva ad intermittenza. Era evidente che non mi avesse notato. Mi avvicinai ancora, tanto per non rendere vano il mio silenzio, e all’improvviso, senza che l’aria potesse svelare minimamente i segreti piani del destino, si voltò verso di me e disse << ti va di venire con me in un posto? >>. Era già mezzanotte passata ma quella sua domanda non poteva restare senza una risposta. Decisi dunque senza pensare e risposi << certo! Prendo il cappotto. >>.

Ci sedemmo ad un tavolo in una piccola enoteca non molto distante dal nostro tugurio. Sembrava impaziente e spaventata, come se il nostro conversare fosse solo un preludio a qualcosa di nuovo e terribilmente sconosciuto. Parlavamo di alcuni brani letti quella sera, in particolare di una poesia che le era rimasta impressa per qualche oscuro motivo. Parole orfane inserite per caso nel palinsesto serale. Libertà, amore, impeto e passione si aggrovigliavano vigorosamente tra quelle righe molto abusate dalla mia lettura e non solo… Ordinammo entrambe una birra, il vino già l’avevamo degustato in precedenza. Ogni silenzio era interrotto dai miei discorsi: cercavo di allontanare dalla sua mente quel fantasma che aleggiava nei suoi occhi, come per salvarla. Ad un tratto, mi interruppe bruscamente e disse: << Che vogliamo fare? >>. Caddi dal mio castello di parole percependo il palpitare incostante del mio cuore. Rimasi immobile, come un sasso. Non potevo restare in silenzio e capii che quello era l’unico momento per essere pienamente me stesso. Presi il coraggio in mano sia perché l’alcol era già in circolo sia perché il suo sguardo non mentiva. Quando una donna ti guarda con quegli occhi significa che è arrivato il momento della verità.

Dissi: << Da tempo ormai nella mia anima si è formato un sentimento troppo pesante perché io possa ignorarlo. Ho lasciato da parte ogni congettura mentale, ogni logica deduzione, ogni pensiero di realtà. Non conosco più i segreti del mio cuore, e l’unica cosa che capisco è che non riesco a staccarmi da te. Vivo le mie giornate aspettando impazientemente il momento per rivederti, per parlarti, per ascoltarti. Ogni volta che ci salutiamo sento con forza un pezzo di anima che se ne viene via con te. Forse penserai che sono pazzo, siamo troppo diversi. Mi sono concesso il lusso di credere in qualcosa che non può esistere, ma ne sono consapevole, e per queste mie parole e per ogni sensazione che il tuo cuore sta emanando in questo istante, ti chiedo scusa. Credo di amarti. Mi dispiace. >>.

In quell’istante non dovevo sembrare tanto diverso da un cadavere. La mia anima era stata definitivamente svuotata da quel suo sguardo e non provai nient’altro che serenità.

Lei si voltò per un attimo, poi accadde l’incredibile: si alzò e, delicatamente, posò le sue labbra sulle mie.

Ero di nuovo vivo.

Pochi minuti dopo si allontanò dal tavolo salutandomi con un sorriso carico di gratitudine. Da quel momento sparì, ed io non la vidi mai più. Non ebbi neppure il tempo per ricambiare il suo saluto. Invano attesi la sua comparsa al circolo il giorno seguente. Avrei voluto dirle mille parole, confessarle un’infinità di sentimenti, condividere con lei il mio tempo ormai vuoto. Ma era tardi e lentamente lasciai che il tempo congelasse la sua presenza nel mio ricordo.

Anche se ormai sono passati anni da quell’istante così splendente, e anche se la vita ha ripreso il suo corso nella semplicità di ogni singolo momento, non riesco a dimenticarla. E’ finito il tempo delle sommosse, e dei giorni spensierati ma non dimentico le sue mani, i suoi capelli, i suoi occhi. Un’immagine immobile nella mia mente concepita per essere solo osservata dalla memoria. Non ebbi mai occasione di parlarle ancora, né di vederla. Non potei nemmeno dirle che quella poesia così sinceramente calzante con la nostra piccola avventura l’avevo scritta io, quando la conobbi in quell’autunno magico, specchio indelebile di rivoluzione e libertà. Non ebbi mai l’occasione di indagare sui suoi sentimenti per me o chiederle la causa delle sue lacrime o dei suoi sorrisi, anche se in fondo una spiegazione si è sempre presentata carica di certezza nella mia mente. Porterò sempre dentro di me quella sensazione di serenità che mi colse all’improvviso quella sera. Se anche solo per un attimo un gemito d’amore ha accarezzato il mio animo, il segno del suo passaggio non svanirà mai come la sua presenza è scomparsa in quella notte.

Se questo mio pensiero ti giunge in qualche modo voglio che tu sappia, cara Angelica, che rimarrai sempre e soltanto la mia prima, autentica, eterna Libertà.

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